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Lectio divina settimana Santa nelle parrocchie S.Marco e Vianney - Parrocchia San Marco evangelista

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ultimo aggiornamento: 17 Febbraio 2026
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Lectio divina settimana Santa nelle parrocchie S.Marco e Vianney

calendario eventi > Archivio eventi > Anno 2025
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e   Associazione Privata di fedeli
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       Edi.S.I.
  Lectio divina 13 - 19 aprile 2025
Sussidio per la preghiera personale
sia in Chiesa che altrove
Lectio della domenica 13 aprile 2025
Domenica delle Palme – Passione del Signore (Anno C)
Lectio: Lettera ai Filippesi 2, 6 - 11
           Luca 22, 14 - 23, 56
1) Orazione iniziale
Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa' che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione. ______________________________________________________________________________
 
2) Lettura: Lettera ai Filippesi 2, 6 - 11
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.
 
3) Commento [1]  su Lettera ai Filippesi 2, 6 - 11
● Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Filippesi, leggiamo il magnifico "inno Cristologico", nel quale san Paolo esalta la figura di Cristo che " svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo" (v. 7). Un Dio che si è fatto uomo, "obbediente sino alla morte e a una morte di croce" (v. 8b): questo è il cammino inverso a quello di Adamo, che invece voleva essere come Dio.
 
Ecco le parole di Benedetto XVI
1. Ancora una volta, seguendo il percorso proposto dalla Liturgia dei Vespri coi vari Salmi e Cantici, abbiamo sentito risuonare il mirabile ed essenziale inno incastonato da san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2,6-11).
Abbiamo già in passato sottolineato che il testo comprende un duplice movimento: discensionale e ascensionale. Nel primo, Cristo Gesù, dallo splendore della divinità che gli appartiene per natura sceglie di scendere fino all’umiliazione della «morte di croce». Egli si mostra così veramente uomo e nostro redentore, con un’autentica e piena partecipazione alla nostra realtà di dolore e di morte.
 
2. Il secondo movimento, quello ascensionale, svela la gloria pasquale di Cristo che, dopo la morte, si manifesta nuovamente nello splendore della sua maestà divina.
Il Padre, che aveva accolto l’atto di obbedienza del Figlio nell’Incarnazione e nella Passione, ora lo «esalta» in modo sovraeminente, come dice il testo greco. Questa esaltazione è espressa non solo attraverso l’intronizzazione alla destra di Dio, ma anche con il conferimento a Cristo di un «nome che è al di sopra di ogni altro nome» (v. 9).
Ora, nel linguaggio biblico il «nome» indica la vera essenza e la specifica funzione di una persona, ne manifesta la realtà intima e profonda. Al Figlio, che per amore si è umiliato nella morte, il Padre conferisce una dignità incomparabile, il «Nome» più eccelso, quello di «Signore», proprio di Dio stesso.
 
3. Infatti, la proclamazione di fede, intonata coralmente da cielo, terra e inferi prostrati in adorazione, è chiara ed esplicita: «Gesù Cristo è il Signore» (v. 11). In greco, si afferma che Gesù è Kyrios, un titolo certamente regale, che nella traduzione greca della Bibbia rendeva il nome di Dio rivelato a Mosè, nome sacro e impronunciabile. Con questo nome "Kyrios" si riconosce Gesù Cristo vero Dio.
Da un lato, allora, c’è il riconoscimento della signoria universale di Gesù Cristo, che riceve l’omaggio di tutto il creato, visto come un suddito prostrato ai suoi piedi. Dall’altro lato, però, l’acclamazione di fede dichiara Cristo sussistente nella forma o condizione divina, presentandolo quindi come degno di adorazione.
 
4. In questo inno il riferimento allo scandalo della croce (cfr 1Cor 1,23), e prima ancora alla vera umanità del Verbo fatto carne (cfr Gv 1,14), si intreccia e culmina con l’evento della risurrezione. All’obbedienza sacrificale del Figlio segue la risposta glorificatrice del Padre, cui si unisce l’adorazione da parte dell’umanità e del creato. La singolarità di Cristo emerge dalla sua funzione di Signore del mondo redento, che Gli è stata conferita a motivo della sua obbedienza perfetta «fino alla morte». Il progetto di salvezza ha nel Figlio il suo pieno compimento e i fedeli sono invitati - soprattutto nella liturgia - a proclamarlo e a viverne i frutti.
Questa è la meta a cui ci conduce l’inno cristologico che da secoli la Chiesa medita, canta e considera guida di vita: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).
 
5. Affidiamoci ora alla meditazione che san Gregorio Nazianzeno ha intessuto sapientemente sul nostro inno. In un carme in onore di Cristo il grande Dottore della Chiesa del IV secolo dichiara che Gesù Cristo «non si spogliò di nessuna parte costitutiva della sua natura divina, e ciò nonostante mi salvò come un guaritore che si china sulle fetide ferite… Era della stirpe di David, ma fu il creatore di Adamo. Portava la carne, ma era anche estraneo al corpo. Fu generato da una madre, ma da una madre vergine; era circoscritto, ma era anche immenso. E lo accolse una mangiatoia, ma una stella fece da guida ai Magi, che arrivarono portandogli dei doni e davanti a lui piegarono le ginocchia. Come un mortale venne alla lotta con il demonio, ma, invincibile com’era, superò il tentatore con un triplice combattimento… Fu vittima, ma anche sommo sacerdote; fu sacrificatore, eppure era Dio. Offrì a Dio il suo sangue, e in tal modo purificò tutto il mondo. Una croce lo tenne sollevato da terra, ma rimase confitto ai chiodi il peccato… Andò dai morti, ma risorse dall’inferno e risuscitò molti che erano morti. Il primo avvenimento è proprio della miseria umana, ma il secondo si addice alla ricchezza dell’essere incorporeo… Quella forma terrena l’assunse su di sé il Figlio immortale, perché egli ti vuol bene» (Carmina arcana, 2: Collana di Testi Patristici, LVIII, Roma 1986, pp. 236-238).
Alla fine di questa meditazione vorrei sottolineare due parole per la nostra vita. Innanzitutto questo ammonimento di san Paolo: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù". Imparare a sentire come sentiva Gesù; conformare il nostro modo di pensare, di decidere, di agire ai sentimenti di Gesù. Prendiamo questa strada, se cerchiamo di conformare i nostri sentimenti a quelli di Gesù: prendiamo la strada giusta. L'altra parola è di san Gregorio Nazianzeno: "Egli, Gesù, ti vuol bene". Questa parola di tenerezza è per noi una grande consolazione e un conforto, ma anche una grande responsabilità, giorno dopo giorno.
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4) Lettura: dal Vangelo secondo Luca 22, 14 - 23, 56
- Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione
Quando venne l'ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio».
- Fate questo in memoria di me
Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».
- Guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito!
«Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell'uomo dal quale egli viene tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi l'un l'altro chi di loro avrebbe fatto questo.
- Io sto in mezzo a voi come colui che serve
E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l'ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.
- Tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli
Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».
- Deve compiersi in me questa parola della Scrittura
Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: "E fu annoverato tra gli empi". Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».
- Entrato nella lotta, pregava più intensamente
Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
- Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell'uomo?
Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell'uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l'orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l'orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l'ora vostra e il potere delle tenebre».
- Uscito fuori, Pietro, pianse amaramente
Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». Passata circa un'ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.
- Fa' il profeta! Chi è che ti ha colpito?
E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa' il profeta! Chi è che ti ha colpito?». E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.
- Lo condussero davanti al loro Sinedrio
Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro Sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d'ora in poi il Figlio dell'uomo siederà alla destra della potenza di Dio». Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L'abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».
- Non trovo in quest'uomo alcun motivo di condanna
Tutta l'assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest'uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell'uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l'autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch'egli a Gerusalemme.
- Erode con i suoi soldati insulta Gesù
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell'accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.
- Pilato abbandona Gesù alla loro volontà
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest'uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l'ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest'uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l'ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.
- Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me
Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: "Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato". Allora cominceranno a dire ai monti: "Cadete su di noi!", e alle colline: "Copriteci!". Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».
Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.
- Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.
- Costui è il re dei Giudei
Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell'aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c'era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
- Oggi con me sarai nel paradiso
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L'altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
- Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito
Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.
(Qui si genuflette e si fa una breve pausa)
Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest'uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.
- Giuseppe pone il corpo di Gesù in un sepolcro scavato nella roccia
Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Era di Arimatèa, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.
 
5) Riflessione [2]  sul Vangelo secondo Luca 22, 14 - 23, 56
● Festeggiamo oggi l'entrata messianica di Gesù a Gerusalemme; in ricordo del suo trionfo, benediciamo le palme e leggiamo il racconto della sua passione e della sua morte. È il profeta Isaia con il suo terzo cantico sul servo sofferente di Iahvè che ci prepara ad ascoltare questo passo del Vangelo.
La sofferenza fa parte della missione del servo. Essa fa anche parte della nostra missione di cristiani. Non può esistere un servo coerente di Gesù se non con il suo fardello, come ci ricorda il salmo di oggi.
Ma nella sofferenza risiede la vittoria. "Egli spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce". E, come il suono trionfale di una fanfara, risuonano le parole che richiamano l'antico inno cristiano sulla kenosi citato da san Paolo: "Per questo Dio l'ha esaltato al di sopra di tutto". L'intera gloria del servo di Iahvè è nello spogliarsi completamente, nell'abbassarsi, nel servire come uno schiavo, fino alla morte. La parola essenziale è: "Per questo". L'elevazione divina di Cristo è nel suo abbassarsi, nel suo servire, nella sua solidarietà con noi, in particolare con i più deboli e i più provati.
Poiché la divinità è l'amore. E l'amore si è manifestato con più forza proprio sulla croce, sulla croce dalla quale è scaturito il grido di fiducia filiale nel Padre.
"Dopo queste parole egli rese lo spirito", e noi ci inginocchiamo - secondo la liturgia della messa - e ci immergiamo nella preghiera o nella meditazione. Questo istante di silenzio totale è essenziale, indispensabile a ciascuno di noi. Che cosa dirò al Crocifisso? A me stesso? Al Padre?
 
● Fattosi carne il Verbo ora entra anche nella morte
Inizia con la Domenica delle Palme la settimana suprema della storia e della fede. In quei giorni che diciamo “santi” è nato il cristianesimo, ‘ nato dallo scandalo e dalla follia della croce. Là si concentra e da là emana tutto ciò che riguarda la fede dei cristiani.
Per questo improvvisamente, dalle Palme a Pasqua, il tempo profondo, quello del respiro dell'anima, cambia ritmo: la liturgia rallenta, prende un altro passo, moltiplica i momenti nei quali accompagnare con calma, quasi ora per ora, gli ultimi giorni di vita di Gesù: dall'entrata in Gerusalemme, alla corsa di Maddalena al mattino di Pasqua, quando anche la pietra del sepolcro si veste di angeli e di luce. Sono i giorni supremi, i giorni del nostro destino. E mentre i credenti di ogni fede si rivolgono a Dio e lo chiamano nel tempo della loro sofferenza, i cristiani vanno a Dio nel tempo della sua sofferenza. “L'essenza del cristianesimo è la contemplazione del volto del Dio crocifisso” (Carlo Maria Martini).
Contemplare come le donne al Calvario, occhi lucenti di amore e di lacrime; stare accanto alle infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli, nella sua carne innumerevole, dolente e santa. Come sul Calvario “Dio non salva dalla sofferenza, ma nella sofferenza; non protegge dalla morte, ma nella morte. Non libera dalla croce ma nella croce” (Bonhoeffer).
La lettura del Vangelo della Passione è di una bellezza che ci stordisce: un Dio che ci ha lavato i piedi e non gli è bastato, che ha dato il suo corpo da mangiare e non gli è bastato; lo vedo pendere nudo e disonorato, e devo distogliere lo sguardo.
Poi giro ancora la testa, torno a guardare la croce, e vedo uno a braccia spalancate che mi grida: ti amo. Proprio a me? Sanguina e grida, o forse lo sussurra, per non essere invadente: ti amo. Perché Cristo è morto in croce? Non è stato Dio il mandante di quell'omicidio. Non è stato lui che ha permesso o preteso che fosse sacrificato l'innocente al posto dei colpevoli. Placare la giustizia col sangue? Non è da Dio. Quante volte ha gridato nei profeti: “Io non bevo il sangue degli agnelli, io non mangio la carne dei tori”, “amore io voglio e non sacrificio”.
La giustizia di Dio non è dare a ciascuno il suo, ma dare a ciascuno se stesso, la sua vita. Ecco allora che Incarnazione e Passione si abbracciano, la stessa logica prosegue fino all'estremo. Gesù entra nella morte, come è entrato nella carne, perché nella morte entra ogni carne: per amore, per essere con noi e come noi. E la attraversa, raccogliendoci tutti dalle lontananze più perdute, e a Pasqua ci prende dentro il vortice del suo risorgere, ci trascina con sé in alto, nella potenza della risurrezione.
 
● Gesù entra nella morte, come è entrato nella carne
Inizia con la Domenica delle Palme la settimana suprema della storia e della fede. Il cristianesimo è nato da questi giorni "santi", non dalla meditazione sulla vita e le opere di Gesù, ma dalla riflessione sulla sua morte.
 Il Calvario e la croce sono il punto in cui si concentra e da cui emana tutto ciò che riguarda la fede dei cristiani.
Per questo improvvisamente, dalle Palme a Pasqua, il tempo profondo, quello del respiro dell'anima, cambia ritmo: la liturgia rallenta, prende un altro passo, moltiplica i momenti nei quali accompagnare con calma, quasi ora per ora, gli ultimi giorni di vita di Gesù: dall'entrata in Gerusalemme, alla corsa di Maddalena al mattino di Pasqua, quando anche la pietra del sepolcro si veste di angeli e di luce.
Sono i giorni supremi della storia, i giorni del nostro destino.
E mentre i credenti di ogni fede si rivolgono a Dio, e lo chiamano vicino nei giorni della loro sofferenza, noi, i cristiani, andiamo da Dio, stiamo vicino a lui, nei giorni della sua sofferenza. “L'essenza del cristianesimo è la contemplazione del volto del Dio crocifisso” (Carlo Maria Martini). Stando accanto a lui, come in quel venerdì, sul Calvario, così oggi nelle infinite croci dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli, nella sua carne dolente e santa. Come con Gesù, Dio non ci salva dalla sofferenza, ma nella sofferenza; non ci protegge dalla morte, ma nella morte. Non libera dalla croce ma nella croce (Bonhoeffer).
La lettura del Vangelo della Passione è di una bellezza che mi stordisce: un Dio che mi ha lavato i piedi e non gli è bastato, che ha dato il suo corpo da mangiare e non gli è bastato; lo vedo pendere nudo e disonorato, e devo distogliere lo sguardo.
Poi giro ancora la testa, torno a guardare la croce, e vedo uno a braccia spalancate che mi grida: ti amo. Proprio a me? Sanguina e grida, o forse lo sussurra, per non essere invadente: ti amo.
Perché Cristo è morto in croce? Non è stato Dio il mandante di quell'omicidio. Non è stato lui che ha permesso o chiesto che fosse sacrificato Gesù, l'innocente, al posto di tutti noi colpevoli, per soddisfare il suo bisogno di giustizia. “Io non bevo il sangue degli agnelli, io non mangio la carne dei tori”, quante volte l'ha gridato nei profeti! La giustizia di Dio non è dare a ciascuno il suo, ma dare a ciascuno se stesso, l'intera sua vita. Ecco allora che Incarnazione e Passione si abbracciano, è la stessa logica che prosegue fino all'estremo. Gesù entra nella morte, come è entrato nella carne, perché nella morte entra ogni figlio dell'uomo. E la attraversa, raccogliendoci tutti dalle lontananze più perdute, per tirarci fuori, trascinandoci con sé, in alto, con la forza della sua risurrezione.
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6) Momento di silenzio
perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.
 
7) Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Perché nel dubbio ci rimanga comunque il coraggio di scegliere e di non "lavarcene le mani". Preghiamo?
- Perché la nostra fede non chieda segni, ma sia segno. Preghiamo?
- Perché anche dopo il nostro tradimento che continuamente si rinnova siamo sempre coscienti della tua misericordia. Preghiamo?
- Perché la nostra adesione a te non vacilli nel momento della prova. Preghiamo?
- Che cosa suggerisce oggi alla nostra famiglia/Comunità la "Passione" di Gesù?
- Siamo disposti in famiglia/Comunità a portare reciprocamente le nostre croci, con la "pazienza" di Gesù, cioè con la sua disponibilità a "patire-con" noi?
- Siamo capaci di cogliere il mare di sofferenza, di fatica e di angoscia che è attorno a noi e a rinunciare ai nostri atteggiamenti superficiali e giudicanti?
- Sappiamo ricostruire e rileggere a partire dalle croci disseminate lungo il nostro cammino, tutta la nostra storia e la storia di chi ci sta accanto?
- Rivedo il mio stile di azione nella vita quotidiana. In quale dei personaggi, principali o secondari della Passione, riesco meglio ad immedesimarmi? A quale vorrei poter somigliare di più?
- Pasqua è il centro e fondamento della nostra fede. È proprio così?
  
8) Preghiera: Salmo 21
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
 
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».
 
Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.
 
Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.
 
Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d'Israele.
 
9) Orazione Finale
O Padre, Tu ci chiedi di seguirti fino alla morte e alla morte di croce. Aiutaci Tu ad abbracciare liberamente questa alta missione.

 
Lectio del lunedì 14 aprile 2025
Lunedì della Settimana Santa (Anno C)
Lectio: Isaia 42, 1 - 7
           Giovanni 12, 1 - 11
 
1) Orazione iniziale
Guarda, Dio onnipotente, l'umanità sfinita per la sua debolezza mortale, e fa' che riprenda vita per la passione del tuo unigenito Figlio.
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2) Lettura: Isaia 42, 1 - 7
«Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento».
Così dice il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita e l'alito a quanti camminano su di essa: «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
 
3) Commento [3]  su Isaia 42, 1 - 7
● «Ecco il mio servo [...] non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con fermezza.» (Is. 42,3) - Come vivere questa Parola?
La parola profetica di Isaia c'introduce pienamente nella S. Santa con la figura del Servo di Jahvè.
Gesù è il Figlio di Dio che abbraccia l'abbassamento della condizione servile fino all'estrema conseguenza di accettare la morte degli schiavi e dei delinquenti: la crocefissine.
Ciò che più colpisce è questo modo di essere: sì, una forza che però è l'opposto della violenza.
Due immagini sono eloquenti perché esprimono appunto una forza che è una sola cosa con la mitezza dell'amore vero: l'immagine di colui che si guarda bene dallo spezzare la canna già incrinata, certamente pronto a raddrizzarla e a darle un sostegno.
Poi l'immagine di una fiammella fumigante su un consunto stoppino che l'uomo non violento non si sogna affatto di spegnere, anzi ravviva.
Ecco proprio qui il Servo di Jahvè Gesù Signore, sarà nel mondo ha proclamare anzitutto la giustizia con la forza della verità vissuta e a tutti palizzata, mai però con mezzi violenti.
Gesù, insegnaci questo tuo modo di testimoniare e proclamare la giustizia in questo nostro oggi di un mondo a volte parolaio e ingabbiato negli interessi dettati dall'egoismo e dall'egocentrismo. Signore, Padre nostro, ripeti anche a noi oggi quello che hai detto a Gesù attraverso la profezia d'Isaia: "ti ho chiamato per la giustizia, ti ho presso per mano" (Is 42,6)
Parole sacrosante da memorizzare e da vivere.
Ecco la voce di una profetica personalità indiana Mahatma Gandhi: "Non appena qualcuno si rende conto che obbedire a leggi ingiuste è contrario alla dignità dell'uomo, nessuna tirannia può dominarlo."
 
● Questo brano di Isaia fa parte dei canti del Servo del Signore. Il termine "servo" indica un personaggio che ha posto la sua vita a disposizione del Signore. Il personaggio è Isaia, il titolo di servo del Signore gli è stato attribuito da Dio, che dice: ecco il mio eletto, colui che risponde ai miei desideri, colui del quale mi compiaccio, lo sceglie per affidargli una missione, per chiedere un servizio in favore degli altri.
L'uomo è rivestito di debolezza, ma quando Dio affida un compito gli dà la capacità di attuarlo. Al Servo dà l'energia divina. Gli è affidato l'incarico di portare il diritto alle nazioni, di far trionfare nel mondo la giustizia, che consiste nella benevolenza e nella salvezza. Come svolgerà la sua missione?
Si dice quali comportamenti eviterà. Non adotterà metodi da dominatore. Non si imporrà con la forza, con le minacce di sanzioni. Non griderà, non alzerà la voce. Non sarà intollerante, né intransigente con i deboli. Non condannerà nessuno. Recupererà chi ha sbagliato, invece di annientarlo e distruggerlo, ricostruirà con pazienza e rispetto ciò che sta andando in rovina.
Per lui non ci saranno mai casi perduti, situazioni irrecuperabili. Sarà anche tentato dallo scoraggiamento di fronte a un'opera tanto ardua, ma si fermerà saldo e deciso nel portarla a termine e non arretrerà di fronte a nessun ostacolo. Sarà mite ma non debole, non si lascerà intimidire da nessuno.
Compito straordinario ma difficile, nel Vangelo è stato applicato a Gesù, plasmato sin dal grembo materno. È una missione che diventerà luce per tutte le nazioni del mondo, per tutta l'umanità. Dio non lo abbandonerà mai, lo prenderà per mano e lo accompagnerà in ogni momento della sua vita. Il Servo è chiamato ad aprire gli occhi ai ciechi, a liberare i prigionieri, a tirar fuori dal mondo il peccato. Si intravede la figura di Gesù di Nazareth.
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4) Lettura: dal Vangelo secondo Giovanni 12, 1 - 11
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell'aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
 
5) Riflessione [4]  sul Vangelo secondo Giovanni 12, 1 - 11
● Ogni evangelista racconta a modo suo la vita e le azioni di Gesù durante la festa della Pasqua a Gerusalemme. Per san Giovanni, tutto quello che succede durante questi "ultimi" giorni ha un valore simbolico e oltrepassa le apparenze. I protagonisti stessi diventano dei simboli: all'inizio della settimana della Passione, Gesù è l'ospite di Marta, di Maria e di Lazzaro, in Betania. L'amicizia li lega; è a loro che viene annunciato cosa significa parlare della "vita" e della "morte" quando si tratta di Gesù.
Marta compie i suoi doveri di padrona di casa. Gesù è a tavola con gli uomini. Maria fa qualcosa di sconveniente per la società dell'epoca - come per la nostra: unge i piedi di Gesù con un olio prezioso e li asciuga con i suoi capelli. Onora Gesù nell'innocenza del puro amore senza preoccuparsi delle altre persone riunite: l'odore del profumo riempie tutta la casa.
La critica superficiale che le viene indirizzata riguarda soltanto il suo "sperpero". Ma, in realtà si adombra dell'abbandono senza misura di questa donna. Giuda parla in nome degli scontenti. Egli vuole trasformare in molteplici piccole razioni il dono di Maria, e venire così in aiuto a tante piccole miserie. Ma Gesù approva la spontaneità di questo amore, accetta il dono totale. Non è egli stesso sulla via del dono senza misura? Attraverso la sua morte, egli riscatta la vita del mondo.
 
La Settimana santa inizia pochi chilometri da Gerusalemme, in un villaggio chiamato Betania, nella casa di una famiglia molto cara a Gesù: Marta, Maria e Lazzaro. Pochi giorni ancora e Gesù entrerà nel buio delle ore della Passione.
Forse per prendere le energie necessarie va a cercare questi amici. In fondo gli amici sono il coraggio che Dio ci dona per affrontare la vita. Senza amici non si va molto lontano. Gesù si è fatto sempre bisognoso di amici. Questi tre in particolare rappresentano tre sfaccettature interessanti dell’animo umano. Marta rappresenta il fare.
Lazzaro il bisogno di trovare un posto nel mondo. Maria la capacità di interiorità e ascolto. In questa cena sono tutti e tre convertiti nella loro caratteristica principale. Marta non è più perduta nel suo fare compulsivo. Il suo fare è divenuto servizio, ha il suo punto focale in Gesù. Lazzaro non è più “assente”, malato, morto, non protagonista.
È seduto a tavola. Ma la grande rivoluzione di questa cena è Maria: <<Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento>>. Il gesto è di una potenza simbolica immensa. È amore tradotto in gesto.
Ma è proprio perché è così significativo che immediatamente la mediocre logica umana dell’utile prende il sopravvento: <<Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro>>.
Non si può capire nulla del messaggio di Gesù se si continua a ragionare solo nell’ottica dell’utile. L’amore per sua natura è “inutile” cioè “gratuito”. Se non fosse tale non servirebbe a nulla se non ad essere un ennesimo commercio nelle relazioni.
L’amore vero sembra sempre uno spreco, una perdita. Ma il suo guadagno non è in un profitto misurabile ma in un’intima gioia. Chi ama è felice di amare anche se non guadagna nulla secondo la logica del mondo.
 
● Siamo entrati nella Settimana Santa, la settimana della pasqua di Gesù, del suo passaggio da questo mondo al Padre (Gv 13,1). La liturgia di oggi pone dinanzi a noi l'inizio del capitolo 12 del vangelo di Giovanni, che fa da legame tra il Libro dei Segni (cc 1-11) ed il Libro della Glorificazione (cc.13-21). Alla fine del "Libro dei Segni" appaiono con chiarezza la tensione tra Gesù e le autorità religiose dell'epoca (Gv 10,19-21.39) ed il pericolo che correva Gesù. Diverse volte avevano cercato di ucciderlo (Gv 10,31; 11,8.53; 12,10). Tanto è così che Gesù si vide obbligato a condurre una vita clandestina, perché poteva essere preso in qualsiasi momento (Gv 10,40; 11,54).
 
● Giovanni 12,1-2: Gesù, perseguitato dai giudei, si reca a Betania. Sei giorni prima della pasqua, Gesù si reca a Betania a casa delle sue amiche Marta e Maria e di Lazzaro. Betania significa Casa della Povertà. Lui era ricercato dalla polizia (Gv 11,57). Volevano ucciderlo (Gv 11,50). Ma pur sapendo che la polizia stava dietro Gesù, Maria, Marta e Lazzaro lo ricevono nella loro casa e gli offrono da mangiare. Era pericoloso accogliere in casa una persona ricercata ed offrirgli da mangiare. Ma l'amore fa superare la paura.
 
● Giovanni 12,3: Maria unge Gesù. Durante il pasto, Maria unge i piedi di Gesù con mezzo litro di profumo di nardo puro (cf. Lc 7,36-50). Era un profumo caro, anzi carissimo, che costava trecento denari. Gli asciuga dopo i piedi con i suoi capelli. Tutta la casa si riempì di profumo. Maria non parla durante tutto l'episodio. Agisce solo. Il gesto pieno di simbolismo parla da solo. Nel lavare i piedi, Maria si fa serva. Gesù ripeterà il gesto nell'ultima cena (Gv 13,5).
 
● Giovanni 12,4-6: Reazione di Giuda. Giuda critica il gesto di Maria. Pensa che è uno spreco. Infatti, trecento denari erano lo stipendio di trecento giorni! Lo stipendio di quasi un intero anno speso in una sola volta! Giuda pensa che il denaro si sarebbe dovuto dare ai poveri. L'evangelista commenta che Giuda non aveva nessuna preoccupazione per i poveri, ma che era un ladro. Avevano una cassa comune e lui rubava il denaro. Giudizio forte che condanna Giuda. Non condanna la preoccupazione per i poveri, ma l'ipocrisia che si serve dei poveri per promuoversi ed arricchirsi. Giuda, nei suoi interessi egoisti, pensava solo al denaro. Per questo non si rende conto di ciò che Maria aveva nel cuore. Gesù legge nel cuore e difende Maria.
 
● Giovanni 12,7-8: Gesù difende la donna. Giuda pensa allo spreco e critica la donna. Gesù pensa al gesto e difende la donna: "Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura!" E subito Gesù dice: "I poveri li avrete sempre tra di voi, ma non sempre avrete me!" Quale dei due viveva più vicino a Gesù: Giuda o Maria? Giuda, il discepolo, viveva insieme a Gesù da circa tre anni, ventiquattro ore al giorno. Faceva parte del gruppo. Maria lo vedeva una o due volte l'anno, in occasione di alcune feste, quando Gesù si recava a Gerusalemme e visitava la sua casa. Ma la convivenza senza amore non fa conoscere gli altri. Anzi acceca. Giuda era cieco. Molta gente vive insieme a Gesù e lo loda perfino con molti canti, ma non lo conosce veramente e non lo rivela (cf. Mt 7,21). Due affermazioni di Gesù meritano un commento più dettagliato: (a) "I poveri infatti li avrete sempre con voi", e (b) "Perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura".
 
● (a) "I poveri li avrete sempre con voi" Forse Gesù vuol dire che non dobbiamo preoccuparci dei poveri, visto che sempre ci saranno dei poveri? O vuol dire che la povertà è un destino imposto da Dio? Come capire questa frase? In quel tempo le persone conoscevano l'Antico Testamento a memoria. Bastava che Gesù citasse l'inizio di una frase dell'AT e le persone già sapevano il resto. L'inizio della frase diceva: "I poveri li avrete sempre con voi!" (Dt 15,11a). Il resto della frase che la gente già sapeva e che Gesù volle ricordare è questo: "Per questo vi ordino: aprite la mano a favore del vostro fratello, del povero e dell'indigente, nella terra dove voi risiedete!" (Dt 15,11b). Secondo questa legge, la comunità deve accogliere i poveri e condividere con loro i suoi beni. Ma Giuda, invece di "aprire la mano a favore del povero" e di condividere con lui i suoi beni, voleva fare carità con il denaro degli altri! Voleva vendere il profumo di Maria per trecento denari ed usarli per aiutare i poveri. Gesù cita la Legge di Dio che insegnava il contrario. Chi, come Giuda, fa campagna con il denaro della vendita dei beni degli altri, non scomoda. Ma colui che come Gesù insiste nell'obbligo di accogliere i poveri e di condividere con loro i propri beni, costui è scomodo e corre il pericolo di essere condannato.
 
● (b) "Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura". La morte in croce era un castigo terribile ed esemplare adottato dai romani per castigare i sovversivi che si opponevano all'impero. Una persona condannata a morte in croce non riceveva sepoltura e non poteva essere unta, e rimaneva appesa alla croce fino a che il cadavere era mangiato dagli animali, o riceveva sepoltura semplice, da povero. Oltre a questo, secondo la Legge dell'Antico Testamento, doveva essere considerata "maledetta da Dio" (Dt 21, 22-23). Gesù era già stato condannato a morte in croce per il suo impegno verso i poveri e la sua fedeltà al Progetto del Padre. Non sarebbe stato sepolto. Per questo, dopo morto, non poteva essere unto. Sapendo questo, Maria anticipa l'unzione e lo unge prima di essere crocifisso. Con questo gesto, dimostra che accettava Gesù Messia, anche se crocifisso! Gesù capisce il suo gesto e l'approva.
 
● Giovanni 12,9-11: La moltitudine e le autorità. Essere amico di Gesù poteva essere pericoloso. Lazzaro è in pericolo di morte a causa della vita nuova ricevuta da Gesù. I giudei decisero di ucciderlo. Un Lazzaro vivo era la prova vivente che Gesù era il Messia. Per questo la moltitudine lo cercava, poiché la gente voleva sperimentare da vicino la prova viva del potere di Gesù. Una comunità viva corre pericolo di vita perché è la prova viva della Buona Novella di Dio!
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6) Per un confronto personale
- Per la santa Chiesa: come nella casa di Betania, risplenda in essa il primato dell'amore vissuto nella preghiera incessante e nel servizio umile e generoso. Preghiamo?
- Per i ministri ordinati: coltivando una profonda amicizia con Cristo, abbiano con lui un solo sentire e un solo volere e siano segno della sua presenza presso tutti gli uomini. Preghiamo?
- Per le persone consacrate: pronte al sacrificio e generose nel servizio, diffondano nella Chiesa e nel mondo il buon profumo di Cristo. Preghiamo?
- Per coloro che hanno responsabilità di governo: sostenuti dalla preghiera di tutti, ricerchino con perseveranza il bene inestimabile della pace. Preghiamo?
- Per le famiglie, le comunità cristiane e noi qui riuniti: con lo stesso cuore ospitale dei fratelli Marta, Maria e Lazzaro, riconosciamo le necessità di chi ci vive accanto, nulla anteponendo all'amore del prossimo. Preghiamo?
- Maria è stata mal interpretata da Giuda. Sei stato/a interpretato/a male qualche volta?
- Cosa ci insegna il gesto di Maria? Cosa ci dice la reazione di Giuda?
 
7) Preghiera finale: Salmo 26
Il Signore è mia luce e mia salvezza.
 
Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?
 
Quando mi assalgono i malvagi
per divorarmi la carne,
sono essi, avversari e nemici,
a inciampare e cadere.
 
Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme;
se contro di me si scatena una guerra,
anche allora ho fiducia.
 
Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Lectio del martedì 15 aprile 2025
Martedì della Settimana Santa (Anno C)
Lectio: Isaia 49, 1 -6
            Giovanni 13, 21 - 33. 36 - 38
 
1) Preghiera
Concedi a questa tua famiglia, o Padre, di celebrare con fede i misteri della passione del tuo Figlio
per gustare la dolcezza del tuo perdono.
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2) Lettura: Isaia 49, 1 -6
Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all'ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua farètra. Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria». Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele - poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza -, e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d'Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra».
  
3) Commento [5]  su   Isaia 49, 1 -6
● «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra». (Is 49,6) - Come vivere questa Parola?
Ecco: "la Salvezza fino all'estremità della terra" è una meta luminosa che spone tutta l'umanità al sole più terapeutico che esiste: appunto quello della Salvezza.
La profezia di Isaia è chiara e consolante: Gesù - di cui Isaia sta profetizzando - è questa "Luce delle nazioni"; Egli stesso è Salvezza per ogni uomo di questo mondo, a qualsiasi popolo nazioni etnia appartenga.
Talmente grande l'Amore di Dio per noi, che Gesù, il Figlio unigenito, "Dio da Dio" ha vissuto in delirio di ogni obbrobrio nella passione e nella morte.
È proprio quello che questa S. Settimana non solo evoca, ma celebra coinvolgendo ogni fedele fin nell'intimo del cuore e della vita.
Per favore non lasciamocela ghermire dalla indifferenza, da uno stanco tradizionalismo ripetitivo di funzioni religiose senza partecipazione del cuore e della vita sempre minacciata dalla nostra continua corsa al "fare" e poi ancora e poi ancora "fare".
Signore, aiutami a evitare il chiasso di troppe parole. Nei miei impegni quotidiani io metta anche quello di leggere e penetrare con la tua grazia i testi sacri di questi giorni. Convertimi al tuo amore.
Ecco la voce di un vescovo santamente famoso Tonino Bello: Consideriamo come una gioia le piccole (o grandi) sofferenze di questi giorni unendoci con cuore vivo alle sofferenze del Signore.
 
«Sion ha detto: "Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato". Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai». (Is 49, 14-15) - Come vivere questa Parola?
Questo breve testo profetico è tratto dall'insieme dei cc. 40-55 di Isaia, che gli studiosi moderni hanno chiamato "Secondo Isaia". Si tratta di un profeta anonimo, vissuto all'epoca della deportazione in Babilonia, che ha composto testi importanti e originali. Egli è un fine teologo e un grande poeta, che ha saputo tenere viva la speranza degli esuli ebrei. Il testo presente è uno dei più belli di tutto l'Antico Testamento e mette in luce un aspetto insolito dell'Amore di Dio: quello dell'amore di una madre. Sullo sfondo del lamento di Sion, che si ritiene dimenticato da Dio, il profeta intesse una riflessione appassionata sulla tenerezza dell'Amore divino paragonandolo all'amore materno. La parola profetica parte dalla considerazione di un caso-limite che l'esperienza umana conosce - e purtroppo confermata anche dalla cronaca recente dei nostri giorni. Sebbene l'amore materno spinga una madre ad aver cura della propria creatura fino a dare la propria vita, tuttavia esiste qualche rarissimo caso in cui una donna arriva ad abbandonare il proprio figlio. Ebbene, l'Amore di Dio è più tenero e sicuro di quello di una madre, perché è senza alcuna eccezione: "Io invece non ti dimenticherò mai".
Oggi, in un momento di raccoglimento e di preghiera più intensa, cercherò di ascoltare dentro il mio cuore, come il sussurro di una carezza materna, quella Parola stupenda: "Io invece non ti dimenticherò mai".
Ecco la voce di un grande Padre della Chiesa Clemente Alessandrino (Quale ricco si salverà 37, 1-2): «Scruta i misteri dell'amore e allora contemplerai "il seno del Padre, che solo l'Unigenito Figlio di Dio ha rivelato (Gv 1,18). E "Dio stesso è amore" (1Gv 4,8.16) e attraverso l'amore per noi fu catturato... Il Padre per aver amato, si è fatto donna, e di questo è grande segno colui che egli generò da se stesso, poiché il frutto generato da amore è amore"
 
Il legame con gli altri si manifesta in differenti modi. Sicuramente, ci appare evidente nel nostro restare vicini, nelle nostre premure, nella cura che dimostriamo nel coltivarlo e nel proteggerlo. Quando questo legame viene a mancare, per allontanamenti involontari o per scomparse improvvise, che cosa sopravvive? All’inizio si può sentire ancora nel nostro cuore sconnesso un battito rivolto all’altro, ma poi, col trascorrere impassibile del tempo, quello stesso cuore può deludersi, chiudersi, indurirsi, fino a dimenticare. L’esilio di Israele è stato lungo, così come è lungo a volte il nostro errare. Per questo motivo, possiamo perdere fiducia, ci sentiamo soli e abbandonati, giriamo a vuoto come tanti criceti in gabbia. Eppure, le parole di Isaia dicono proprio il contrario. Dio non ci ha abbandonato, Dio non si è dimenticato di noi, perché è nel ricordo che vive l’amore, nella memoria ha la sua dimora. Se non ci ricordassimo delle persone a noi care, come potremmo affermare di amarle davvero? I ricordi ci aiutano a mantenere vivi e reali i legami passati e quelli presenti. La vita è memoria che colma ogni frattura e la vita eterna è memoria senza lacune o crepe: una casa incorruttibile dove ci ritroveremo tutti a condividere i nostri ricordi, i nostri cuori, il nostro amore.
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4) Lettura: Vangelo secondo Giovanni 13, 21 - 33. 36 - 38
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l'un l'altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte».
 
5) Commento [6]  sul Vangelo secondo Giovanni 13, 21 - 33. 36 - 38
● Il tradimento a Gesù, per opera di Giuda, è l'esempio per eccellenza della cattiveria umana. Nel corso della storia, molti uomini hanno tradito i loro amici, coniugi, genitori, figli, concittadini o altri uomini fratelli. Questi uomini hanno stimato cosa da poco la solidarietà e la comunione umana. Ora, nella persona di Giuda, quest'ondata di indifferenza e di cattiveria si alza e si rovescia contro Gesù stesso, che in quanto Logos - Verbo - è il fondamento di ogni relazione positiva.
Durante la Settimana Santa, la sorte terrena del mediatore sarà decisa dal bacio del traditore. Ma il tradimento e la consegna di Gesù ai suoi nemici sarebbero impossibili senza l'azione, ad un livello più profondo, del Padre eterno che, attraverso le circostanze dell'Ultima Cena e della preghiera al Getsemani, si consegna lui stesso nella persona del Figlio. Compie così, nel tempo, il dono totale di sé che, nell'eternità, egli compie con la discesa dello Spirito Santo, il cui essere è Amore. La Passione di Gesù esprime nel tempo ciò che il Padre è nell'eternità. Così il tradimento di Giuda, colmo com'era della perversità del peccato, diventa il mezzo attraverso cui lo Spirito d'amore viene mandato in questo mondo, per salvarlo.
 
● "È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. (Gv 13, 26-27) - Come vivere questa Parola?
Oggi la parola che potremmo approfondire è TRADIMENTO. Gesù sapeva che sarebbe stato tradito. Sapeva sempre di essere tradito e "tradibile": Pietro, Giovanni e Giacomo lo avevano già dimostrato, banalizzando le sue parole, non riconoscendolo più come amico, o pretendendo un'organizzazione gerarchica attorno a Lui, che prevedesse primi e secondi. Giuda continua la sequenza: la delusione dopo anni di entusiasmo lo porta a vendere Gesù, a sbarazzarsene.
Tutto molto riscontrabile anche nella nostra vita: ci piacciono persone, idee, progetti; poi, quando invecchiano o non si rivelano più così entusiasmanti, li "tradiamo", li passiamo di mano ad altri, ad altro. Non li conosciamo più. Tutto è pronto per essere gettato nella spazzatura.
Gesù conosce questa postura dell'anima e sembra volerci dire che la questione è passare dall'essere spettatori entusiasti a protagonisti attivi, che condividono la stessa sorte. Quel boccone intinto, quel pezzo di pane imbevuto di vino è segno della necessaria condivisione, della comunione nella buona e nella cattiva sorte, nella compartecipazione del dolore, della sofferenza, come della gioia e della gloria.
Signore, avevi già detto ai tuoi "siete disposti a bere il calice che io berrò?". Ti avevano detto di sì, ma non era vero. Perdonali, perdona la loro e la nostra debolezza e vigliaccheria e sostienici.
Ecco la voce di uno scrittore Massimo Granellini: "Un tradimento uccide soltanto gli amori già morti. Quelli che non uccide a volte diventano immortali."
 
● Gesù aveva già parlato in modo enigmatico dell'amico intimo che lo avrebbe tradito (cfr Gv 13,18), ma ora che denuncia chiaramente il traditore è preso da un turbamento profondo. Questa denuncia così chiara del traditore provoca grande costernazione nel gruppo dei discepoli: essi ignorano di chi stia parlando Gesù.
Il discepolo, "quello che Gesù amava" (v.23) si trovava a mensa a fianco del Signore. Secondo l'usanza greco-romana, diffusa anche in Palestina, i commensali stavano adagiati sui divani, poggiandosi sopra il gomito sinistro, mentre con il braccio destro prendevano i cibi e le bevande.
In questo brano appare per la prima volta sulla scena questo discepolo innominato, del quale si parlerà anche nel seguito del vangelo: nel brano della morte di Gesù (19,26ss), nella scoperta della tomba vuota (20,2ss) e nel brano della pesca miracolosa (21,7).
Gesù accoglie la richiesta del discepolo e indica il traditore. Satana entrò nel cuore di Giuda dopo che questi ha mangiato il boccone offerto da Gesù. Il nemico di Dio si impossessa del traditore, immergendolo nelle tenebre dell'incredulità e dell'odio, fino alla consumazione del delitto più grande: l'uccisione del Figlio di Dio (19,11).
 Con l'ingresso di satana nel cuore di Giuda, gli eventi precipitano; per questo Gesù esorta il traditore ad affrettarsi nell'attuare il suo disegno criminoso. Il traditore esce dalla luce, abbandona il Cristo luce del mondo (8,12) e si immerge nelle tenebre della notte (v.30). Nel cuore di Giuda si è spenta la luce della fede; in lui regnano le tenebre dell'incredulità e dell'odio. È notte!
Appena il traditore è uscito, Gesù apre il cuore ai suoi amici che lo circondano. Egli è consapevole di essere giunto alla vigilia della sua morte e per questo si premura di spiegare loro il vero significato della sua partenza da questo mondo. La sua morte in croce non è la sua sconfitta, ma il suo trionfo, la sua glorificazione e il suo ritorno al Padre. Con la sua passione e morte Gesù esegue con obbedienza eroica il piano di salvezza voluto dal Padre e dimostra fino a che punto ama Dio e gli uomini.
Attraverso la glorificazione di Gesù si compie anche la glorificazione del Padre. Dio è glorificato per mezzo di Gesù e in Gesù. Il Padre è glorificato dal Figlio con l'esaltazione di Gesù sul trono regale della croce. Da questo trono Gesù manifesta in pienezza la sua divinità (8,28) e attira tutti a sé (12,32).
L'appellativo "figlioli" (v.33), usato da Gesù, esprime tutto l'amore e la confidenza per i suoi discepoli. Gesù avverte i suoi amici che sta per lasciarli. In questo momento essi non possono seguirlo; lo raggiungeranno più tardi.
Il ritorno di Gesù al Padre non è un viaggio di piacere, ma di dolore: egli allude alla sua passione e morte. Pietro al momento presente non è in grado di imitare Gesù, nonostante la sua protesta di fedeltà fino al sacrificio della vita; egli lo seguirà con la prigionia e la morte, ma in seguito.
Data l'insistenza di Pietro nell'affermare la sua fedeltà a Gesù fino al sacrificio della vita. Il Signore gli predice l'imminente rinnegamento. Il riferimento al canto del gallo vuole indicare con chiarezza che Pietro rinnegherà tre volte Gesù proprio in quella stessa notte.
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6) Per un confronto personale
-  Proteggi la santa Chiesa: risplenda come luce di verità e di amore e faccia giungere fino agli estremi confini della terra il Vangelo della salvezza e della vita. Noi ti preghiamo?
- Sostieni con la tua grazia le persone consacrate: vivano gioiosamente la loro vocazione e siano testimoni fedeli di Cristo. Noi ti preghiamo?
- Suscita profeti nel nostro tempo: aprano con coraggio vie di pace e sappiano edificare un mondo fraterno e riconciliato. Noi ti preghiamo?
- Volgi il tuo sguardo misericordioso sui carcerati: non si spenga nel loro cuore la luce della speranza e si aprano alla grazia rinnovatrice della Pasqua. Noi ti preghiamo?
- Soccorri tutti noi che partecipiamo a questa santa Eucaristia: possiamo attingervi l'umile forza per vivere in fedeltà al Vangelo e testimoniare che nulla ci è più caro di Cristo. Noi ti preghiamo?
 
7) Preghiera finale: Salmo 70

La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza.
In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso.
Per la tua giustizia, liberami e difendimi,
tendi a me il tuo orecchio e salvami.
 
Sii tu la mia roccia, una dimora sempre accessibile;
hai deciso di darmi salvezza:
davvero mia rupe e mia fortezza tu sei!
Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio.
 
Sei tu, mio Signore, la mia speranza,
la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza.
Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno,
dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno.
 
La mia bocca racconterà la tua giustizia,
ogni giorno la tua salvezza,
che io non so misurare.
Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito
e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Lectio del mercoledì 16 aprile 2025
Mercoledì della Settimana Santa (Anno C)   
Lectio: Isaia 50, 4 - 9  
          Matteo 26, 14 - 25  
  
1) Preghiera
Padre misericordioso, tu hai voluto che il Cristo tuo Figlio subisse per noi il supplizio della croce per liberarci dal potere del nemico: donaci di giungere alla gloria della risurrezione.
 
2) Lettura: Isaia 50, 4 - 9
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. È vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?
 
3) Commento [7]  su  Isaia 50, 4 - 9
● «Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso» (Is 50,7) - Come vivere questa Parola?
Il testo descrive profeticamente lo stato d'animo di Gesù in questa imminenza della Passione.
Il tempo è questo: Gesù lo sa. La sua identità di uomo che è totalmente tale così com'è pienamente Dio gli consente, semai, quel "preventivo", d'insulti d'avveranti maltrattamenti, di gravissimi offese che lo accompagneranno lungo tutto l'arco dei patimenti e della morte.
Ebbene, la profezia illustrativa di quello che poi si realizzerà pienamente è così orrida da poter stendere un uomo nella terra di una disperazione nera.
Che cosa dunque impedisce a Gesù di cadere nelle acque di tale disperazione? La chiave per capirlo è questa: "il Signore Dio mi assiste".
Questa asserzione segna con grande forza il momento in cui Gesù ha dovuto affrontare quel orrore. È come quella roccia di cui Gesù parlerà a proposito della casa che, edificata su di essa, anche nell'uragano non sarà distrutta.
Signore, ti prego, tiene ancorata la mia memoria a questa certezza. Soprattutto quando vivo momenti difficili e realtà dolorose.
Sì, Tu - Signore della vita - mi assisti, non faro naufragio. Anche se dentro momenti di tentazione, respirerò l'aria della speranza collegata a quella della fede nel tuo amore senza limiti.
Accompagnami con quella tua parola biblica: "Dio mi assiste". Diventi sempre più la mia forza per vivere nel mondo nell'aria forte della fede della speranza dell'amore.
Ecco la voce del Papa Santo Padre Francesco (al termine della Via Crucis al Colosseo, 03/04/2015): "Gesù crocifisso, Insegnaci che la Croce è via alla Risurrezione. Insegnaci che il venerdì santo è strada verso la Pasqua della luce; insegnaci che Dio non dimentica mai nessuno dei suoi figli e non si stanca mai di perdonarci e di abbracciarci con la sua infinita misericordia. Ma insegnaci anche a non stancarci mai di chiedere perdono..."
 
● La prima lettura è tratta da Isaia al cap. 50. È un discepolo del primo Isaia, che vive nel periodo dell'esilio a Babilonia e nonostante viva esiliato, disprezzato, umiliato, spera in Jhwh. Poco prima di questo passo, nel cap. 49, Jhwh è paragonato a una madre. Dio si occupa di Israele come una madre dei suoi figli. La liberazione del popolo esiliato è rappresentata come una nuova nascita e Jhwh è paragonato a una donna che soffre i dolori del parto. Troviamo il passaggio da un Dio onnipotente, guerriero, a un Dio materno che soffre, si potrebbe dire “che entra in travaglio” per il suo popolo.
Il passo che leggeremo è il terzo carme del Servo del Signore. L'autore descrive se stesso. “Servo” richiama l'appartenenza di un uomo al suo padrone. Il padrone “forava” l'orecchio di colui che si impegnava a diventare suo dipendente per tutta la vita.
È solo da questa relazione di appartenenza intima, mutua e profonda tra il servo/discepolo e il Signore, che può scaturire la forza per indirizzare una parola allo sfiduciato, cioè a colui che è gravemente provato dalla vita per tragedie gravi e malattie varie. In tali situazioni non ci può essere sapienza capace di dare conforto, se non la Sapienza di Dio.
La missione del Servo non è compresa e allora questa appartenenza al Signore genera sofferenze su tutta la persona. In tutto questo il Servo reagisce con un'incrollabile fermezza di fronte agli insulti più gravi e dolorosi. “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori”. Queste percosse sulla schiena erano riservate agli stolti e alle bestie. Ma il Servo reagisce con una straordinaria mitezza, non reagisce, non minaccia, non maledice. Il segreto della sua forza è il fatto che conta sull'assistenza del Signore e che è certo che il Signore non lo abbandonerà: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non vengo svergognato”.
Umanamente si potrebbe pensare che l'assistenza del Signore si manifesti nel risparmiare al proprio servo le prove più dure, ma non è questa la logica di Dio.
Il soccorso divino è tanto più vero, quanto più si riceve il coraggio per attraversare anche le situazioni più difficili senza mai vacillare nella fiducia. Il nostro compito è stare svegli e farsi aprire l'orecchio e la bocca da Dio, sapendo che la nostra speranza, l'amore del Signore sono più forti del male che ci circonda.
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4) Lettura: dal Vangelo secondo Matteo 26, 14 - 25  
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli"». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».
 
5) Riflessione [8]  sul Vangelo secondo Matteo 26, 14 - 25  
● Gesù, vedendo che la sua ora si avvicina, fa preparare la Pasqua. Durante la cena, annuncia il tradimento di Giuda. Il salmista aveva già previsto il tradimento dell'amico (Sal 041,10). Il popolo di Giuda condanna Gesù e lo consegna ai pagani. I lavoratori della vigna, dopo aver ucciso i servitori, uccidono anche il figlio del padrone. "Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi" (Mi 6,3). Giuda vende Gesù per trenta monete d'argento. Il valore di un servo era di trenta sicli d'argento (Es 21,32). Si valutò con lo stesso valore il profeta che era decaduto (Zc 11,12s). Ed è ancora questa somma che il sinedrio dà per Gesù.
Quando ciò che era stato annunciato si realizza, le Scritture terminano. Tutto, da sempre, era presente agli occhi di Dio. L'azione dell'uomo era prevista, ma non predeterminata. Ed è per questo che Gesù non toglie la responsabilità a colui che lo consegna, poiché egli ha utilizzato male la sua libertà.
Anche noi possiamo tradire Cristo, vendendolo per qualche moneta. La parola del Signore ci insegna, e il Signore stesso apre le nostre orecchie, affinché possiamo fare parte dei convitati di Gesù, che celebrano con lui la Pasqua, come membra vive della sua Chiesa.
● «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli [i capi dei sacerdoti] gli fissarono trenta monete d'argento» (Mt 26,15) - Come vivere questa Parola?
Durante l'ultima cena, Gesù annuncia che sarà tradito da uno dei suoi commensali, che rimangono turbati e si chiedono: "Sono forse io, Signore?". Anche Giuda pone la domanda, ricevendone una risposta, che lo mette di fronte alla propria libertà e responsabilità: "Tu l'hai detto" (Mt 26,25). Ed effettivamente Giuda consuma il suo tradimento, vendendo Gesù ai capi dei sommi sacerdoti per trenta denari, il prezzo di uno schiavo. Eppure anch'egli era stato apostolo, era stato con Gesù, aveva ascoltato il suo messaggio e visto i suoi miracoli, eppure... di fronte al denaro cede tutto.
Anche noi talvolta "svendiamo" Dio, preferendogli i nostri comodi, l'egoismo, il successo, il piacere, le ricchezze... Leggendo il Vangelo anch'io sono chiamato in causa e chiedermi quanto "vale" per me il Signore, ad esaminare la mia coscienza: io che magari penso di amare il Signore a parole, ma poi lo tradisco con i fatti e scendo a compromessi avvilenti.
Sostienimi, Signore, nel momento della tentazione, perché prenda coscienza del mio atteggiamento e delle conseguenze e mi aggrappi al tuo amore tenero e misericordioso
Ecco la voce di un predicatore moderno Padre Raniero Cantalamessa (Omelia del Venerdì' Santo, 18 aprile 2014 nella Basilica di s. Pietro – Vaticano): "Se lo (= Giuda) abbiamo imitato, chi più chi meno, nel tradimento, non lo imitiamo in questa sua mancanza di fiducia nel perdono. Esiste un sacramento nel quale è possibile fare una esperienza sicura della misericordia di Cristo: il sacramento della riconciliazione. Quanto è bello questo sacramento! È dolce sperimentare Gesù come maestro, come Signore, ma ancora più dolce sperimentarlo come Redentore"
 
  Ieri il vangelo parlava del tradimento di Giuda e della negazione di Pietro. Oggi, parla di nuovo del tradimento di Giuda. Nella descrizione della passione di Gesù il vangelo di Matteo, si mette fortemente l'accento sul fallimento dei discepoli. Malgrado aver convissuto tre anni con Gesù, nessuno di loro difende Gesù. Giuda lo tradisce, Pietro lo nega, gli altri fuggono. Matteo racconta tutto ciò non per criticare o per condannare, neppure per scoraggiare i lettori, ma per sottolineare che l'accoglienza e l'amore di Gesù superano la sconfitta ed il fallimento dei discepoli! Questo modo di descrivere l'atteggiamento di Gesù era un aiuto per le Comunità all'epoca di Matteo. A causa delle frequenti persecuzioni, molti si erano scoraggiati ed avevano abbandonato la comunità e si chiedevano: "Sarà possibile ritornare? Dio ci accoglierà e perdonerà?" Matteo risponde suggerendo che noi possiamo rompere il rapporto con Gesù, ma Gesù non lo rompe mai con noi. Il suo amore è più grande della nostra infedeltà. Questo è un messaggio molto importante che cogliamo nel vangelo durante la Settimana Santa.
 
● Matteo 26,14-16: La Decisione di Giuda di tradire Gesù. Giuda prese la decisione dopo che Gesù non accettò la critica dei discepoli rispetto alla donna che spreca un profumo carissimo solo per ungere Gesù (Mt 26,6-13). Si recò perfino dai sacerdoti e chiese: "Quanto mi darete se ve lo consegno?" Combinarono la somma di trenta monete d'argento. Matteo evoca le parole del profeta Zaccaria per descrivere il prezzo combinato (Zc 11,12). Allo stesso tempo, il tradimento di Gesù per trenta monete evoca la vendita di Giuseppe da parte dei suoi fratelli, decisa dai compratori per venti monete (Gn 37,28). Evoca anche il prezzo di trenta monete da pagarsi per il ferimento di uno schiavo (Es 21,32).
 
● Matteo 26,17-19: La Preparazione della Pasqua. Gesù veniva dalla Galilea. Non aveva casa a Gerusalemme. Passava le notti nell'Orto degli Ulivi (cf. Gv 8,1). Nei giorni di festa della pasqua la popolazione di Gerusalemme si triplicava a causa dell'enorme quantità di pellegrini che venivano da ogni parte. Per Gesù non era facile trovare una grande sala dove celebrare la pasqua insieme ai pellegrini venuti dalla Galilea, come lui. Ordina ai suoi discepoli di trovare una persona nella cui casa lui aveva deciso di celebrare la Pasqua. Il vangelo non offre ulteriori informazioni e lascia che l'immaginazione completi ciò che manca nelle informazioni. Era una persona conosciuta da Gesù? Un parente? Un discepolo? Lungo i secoli, l'immaginazione degli apocrifi seppe completare questa informazione, ma con scarsa credibilità.
 
● Matteo 26,20-25: L'annuncio del tradimento di Giuda. Gesù sa che sarà tradito. Malgrado Gesù facesse le cose in segreto, Gesù sapeva. Ma malgrado ciò vuole fraternizzare con il circolo di amici a cui Giuda appartiene. Quando erano tutti riuniti per l'ultima volta, Gesù annuncia chi è il traditore "colui che ha intinto con me la mano nel piatto". Questo modo di annunciare il tradimento rende ancora più chiaro il contrasto. Per i giudei comunione attorno alla tavola, intingere insieme la mano nello stesso piatto, era la massima espressione di intimità e di fiducia. Matteo suggerisce così che malgrado il tradimento fatto da qualcuno molto amico, l'amore di Gesù è più grande del tradimento!
 
● Cosa colpisce nel modo che Matteo ha di descrivere questi fatti. Tra la negazione ed il tradimento c'è l'istituzione dell'Eucaristia (Mt 26,26-29): il tradimento di Giuda, prima (Mt 25,20-25); la negazione di Pietro e la fuga dei discepoli, dopo (Mt 25,30-35). Così lui mette in risalto per tutti noi l'incredibile gratuità dell'amore di Gesù, che supera il tradimento, la negazione e la fuga degli amici. Il suo amore non dipende da ciò che gli altri fanno per lui.
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6) Per un confronto personale
- Ricolma la Chiesa del tuo santo Spirito: partecipe della missione di Cristo, servo mite e sofferente, si faccia tutta a tutti come madre premurosa. Noi ti preghiamo?
- Illumina con la tua grazia il papa, i vescovi, i presbiteri e i diaconi: siano segno della tua paternità e tenerezza verso coloro che affidi alle loro cure pastorali. Noi ti preghiamo?
- Volgi il tuo sguardo misericordioso su quanti stanno vivendo l'amara esperienza dell'amore tradito, della speranza delusa, dei desideri infranti: possano sentirsi da te amati e sorretti. Noi ti preghiamo?
- Sostieni i fratelli perseguitati: il sangue sparso susciti il dono di nuovi cristiani e in tutti noi la forza di gettare nei solchi della storia semi di giustizia, di fraternità e di pace. Noi ti preghiamo?
- Accompagna i passi della nostra comunità: riscopra il valore del silenzio, dell'ascolto, della contemplazione, e instauri relazioni più rispettose e fraterne. Noi ti preghiamo?
- Sono capace di essere come Giuda e di negare e tradire Dio, Gesù, gli amici e le amiche?
- Nella Settimana Santa è importante riservarmi qualche momento per rendermi conto dell'incredibile gratuità dell'amore di Dio per me. Noi ti preghiamo?
 
7) Preghiera finale: Salmo 68
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi.
 
Per te io sopporto l'insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli,
uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.
 
Mi sento venir meno.
Mi aspettavo compassione, ma invano,
consolatori, ma non ne ho trovati.
Mi hanno messo veleno nel cibo
e quando avevo sete mi hanno dato aceto.
 
Loderò il nome di Dio con un canto,
lo magnificherò con un ringraziamento,
Vedano i poveri e si rallegrino;
voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
perché il Signore ascolta i miseri
e non disprezza i suoi che sono prigionieri.

Lectio del giovedì 17 aprile 2025
Giovedì Santo. Cena del Signore (Anno C)
Lectio: 1 Lettera ai Corinzi 11, 23 - 26
          Giovanni   13, 1 - 15
 
1) Orazione iniziale
O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa' che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita.
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2) Lettura: 1 Lettera ai Corinzi 11, 23 - 26
Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.
 
3) Commento [9]  su  1 Lettera ai Corinzi 11, 23 - 26
● Nel capitolo 11 della prima lettera ai Corinti, Paolo redarguisce severamente i suoi fedeli poiché quando si riunivano per la cena del Signore, ognuno prendeva il proprio pasto senza che la cena fosse una vera esperienza di condivisione. Così alcuni se ne tornavano a casa satolli ed ubriachi, mentre altri tornavano ancora affamati. Ai tempi di Paolo l'Eucaristia era ancora celebrata al termine di un vero e proprio pasto, quindi era ovvio che potessero avvenire questi eccessi. Il rimprovero di Paolo gli offre l'occasione di scrivere una delle testimonianze più antiche della Cena del Signore, forse ancora più antica di quella riportataci dal vangelo di Marco.
Anche per noi, riflettere su queste parole che vengono pronunciate durante ogni Eucaristia ci aiuta a ricordare il significato fondante del nostro partecipare alla Messa e agli impegni che ne derivano per la nostra vita di cristiani.
 
● 23 Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito,
Paolo riporta i Corinti alla corretta celebrazione della Cena ricordando ciò che egli fin da principio della sua predicazione aveva trasmesso loro. Questa testimonianza della Cena del Signore è senz'altro un blocco letterario prepaolino, molto antico che si può far risalire alla chiesa di Antiochia. Presenta molte assonanze con il racconto di Luca 22,19-20, mentre presenta alcune differenze con Marco 14,22-24. Importante è la precisazione cronologica: nella notte in cui veniva tradito. L'elemento fondante della Chiesa quindi non si rifà ad eventi mitici, situati oltre i confini estremi del tempo, bensì a un avvenimento databile.
Inoltre il verbo paradidomai riporta al tradimento di Giuda, ma ancora più profondamente all'avvenimento globale della morte di Cristo, secondo il piano di Dio: Egli è stato consegnato.
 
● prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò
Prendere in mano il pane, pronunciando la preghiera di benedizione, spezzarlo e darlo ai commensali faceva parte del rituale giudaico di ogni pasto solenne, cui non mancava un accentuato carattere religioso. Gli stessi gesti si ripetevano poi alla fine della cena sulla coppa del vino, che però non veniva fatta passare tra i commensali. Nell'uno e nell'altro caso i partecipanti rispondevano con un "Amen" alle parole del capo famiglia. Si trattava di gesti sacri, comunicativi dei doni divini. Le preghiere di benedizione pronunciate sul pane e sul vino non esprimevano soltanto la lode e il ringraziamento a Dio, ma possedevano anche un valore di richiesta di aiuto.
e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me.
Gesù ha ripetuto il rituale, ma in modo originale, pronunciando sul pane e sul calice parole nuove. Esse indicano il valore simbolico del rito compreso nella prospettiva della prossima fine. Il pane spezzato e il vino diventano il segno della sua persona (corpo e sangue) che stava per essere consegnata alla morte. Mangiando e bevendo si partecipa alla sua morte e alla salvezza che essa comunica.
Bisogna sottolineare le parole "per voi", vale a dire che la sua morte ha valore salvifico, espiatorio per i credenti che celebrano l'eucarestia. Nella morte Cristo ha espresso una solidarietà concreta estrema. La sua convivialità con i discepoli ha questo significato. Perché i Corinti non avvertono di essere in stridente contraddizione? Anche il comando fate questo in memoria di me va nella stessa direzione. Sta all'origine della prassi eucaristica della Chiesa, specificandola quale "memoria" di Cristo solidale fino alla morte con i credenti. L'antecedente nell'AT del termine greco anamnesis (memoria), cioè zikkaron vieta di intendere la Cena del Signore come puro ricordo psicologico. Si tratta di una vera e propria attualizzazione sotto forma simbolica o sacramentale. La comunità cristiana partecipa efficacemente all'evento salvifico della morte di Gesù: partecipazione che impegna e responsabilizza in senso di concreta condivisione, espressa nel pasto comune, con i fratelli, soprattutto con i più bisognosi.
 
● 25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me.
Le parole sul calice indicano un rapporto stretto tra la morte di Gesù (il suo sangue) e la nuova alleanza di Dio con il popolo. Già il patto del Sinai si era concluso con un rito sacrificale (Es 24,8). Geremia poi aveva preannunziato per i tempi ultimi un nuovo patto che avrebbe sostituito quello del Sinai, reso vano per l'infedeltà del popolo di Dio (31,31-33). Ora la tradizione cristiana vede realizzata nella morte di Gesù la profezia: Dio instaura a beneficio dell'umanità il definitivo ordine di salvezza - questo vuol dire alleanza - con la mediazione di Cristo crocifisso. Celebrare il rito eucaristico significa dunque per la comunità cristiana entrare a farvi parte.
 
● 26 Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.
Questa è un'aggiunta di Paolo. Riprende il motivo tradizionale della memoria per spiegarlo. Fare la memoria di Gesù significa annunziare la morte del Signore. Vi sono tre sottolineature:
 
● 1. Paolo accentua il legame inscindibile tra la Cena del Signore, celebrata nel rito del pane e del vino, e la sua morte. Egli vuole così controbattere il cristianesimo entusiastico di Corinto con una Cristologia della croce. Questa è il simbolo concreto e storico della storicità dell'esistenza cristiana e l'espressione responsabilizzante della solidarietà e dell'amore di Cristo.
 
● 2. Paolo intende chiarire il motivo di quell'annunciare. Chi celebra la Cena annuncia la sua fede e si impegna a un'adesione pratica al significato della morte di Cristo. L'Eucaristia non può ridursi a un rito magico.
 
● 3. Infine si parla di morte del Signore. Questo titolo viene dato a Gesù dopo la risurrezione. Il risorto è presente nella comunità. Si tratta però di una presenza che rimanda alla sua morte, sollecita i credenti a un impatto provocatorio. La croce non è un evento relegato nel passato, è un evento che si rende attuale ad ogni celebrazione eucaristica e che ci chiama ad avere tra di noi lo stesso amore che Gesù ci ha mostrato con la sua morte.
 
● La memoria della morte del Signore si mantiene viva nell'Eucaristia finché egli venga. L'Eucaristia si colloca tra la morte di Gesù e la sua venuta finale. È l'espressione del tempo storico della Chiesa, del suo arduo cammino in questo mondo. Non può tramutarsi in evasione, fuga in avanti, liberazione dai drammi e dalle contraddizioni dell'esistenza terrena. Esprime attesa e speranza.
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4) Lettura: dal Vangelo di Giovanni 13, 1 - 15
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
 
5) Riflessione [10]  sul Vangelo di Giovanni 13, 1 - 15  
● Gesù trascorre le ultime ore della sua vita terrena in compagnia dei suoi discepoli. Il Maestro manifesta un amore straordinario per gli apostoli, impartendo loro insegnamenti e raccomandazioni. Durante l'ultima Cena, Gesù ha mostrato - con le sue parole - l'amore infinito che aveva per i suoi discepoli e gli ha dato validità eterna istituendo l'Eucaristia, facendo dono di sé: egli ha offerto il suo Corpo e il suo Sangue sotto forma di pane e di vino perché diventassero cibo spirituale per noi e santificassero il nostro corpo e la nostra anima. Egli ha espresso il suo amore nel dolore che provava quando ha annunciato a Giuda Iscariota il suo tradimento ormai prossimo e agli apostoli la loro debolezza. Egli ha fatto percepire il suo amore lavando i piedi agli apostoli e permettendo al suo discepolo prediletto, Giovanni, di appoggiarsi al suo petto. Nella sua vita pubblica, Gesù ha raccomandato più di una volta ai suoi discepoli di non cercare di occupare il primo posto, ma di aspirare piuttosto all'umiltà del cuore. Ha detto e ripetuto che il suo regno, cioè la Chiesa, non deve essere ad immagine dei regni terreni o delle comunità umane in cui ci sono dei primi e degli ultimi, dei governanti e dei governati, dei potenti e degli oppressi. Al contrario, nella sua Chiesa, quelli che sono chiamati a reggere dovranno in realtà essere al servizio degli altri; perché il dovere di ogni credente è di non cercare l'apparenza, ma i valori interiori, di non preoccuparsi del giudizio degli uomini, ma di quello di Dio.
Nonostante l'insegnamento così chiaro di Gesù, gli apostoli continuarono a disputarsi i primi posti nel Regno del Messia.
Durante l'ultima Cena, Gesù non si è accontentato di parole, ma ha dato l'esempio mettendosi a lavare loro i piedi. E, dopo aver finito, ha detto: "Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri" (Gv 13,13-14).
La Cena si ripete nei secoli. Infatti Gesù ha investito gli apostoli e i loro successori del potere e del dovere di ripetere la Cena eucaristica nella santa Messa.
Cristo si sacrifica durante la Messa. Ma, per riprendere le parole di san Paolo, egli resta lo stesso "ieri, oggi e sempre" (Eb 13,8).
I credenti che partecipano al Sacrificio eucaristico cambiano, ma il loro comportamento nei confronti di Cristo è più o meno lo stesso di quello degli apostoli nel momento della Cena. Ci sono stati e ci sono tuttora dei santi e dei peccatori, dei fedeli e dei traditori, dei martiri e dei rinnegatori.
Volgiamo lo sguardo a noi stessi. Chi siamo? Qual è il nostro comportamento nei confronti di Cristo? Dio ci scampi dall'avere qualcosa in comune con Giuda, il traditore. Che Dio ci permetta di seguire san Pietro sulla via del pentimento. Il nostro desiderio più profondo deve però essere quello di avere la sorte di san Giovanni, di poter amare Gesù in modo tale che egli ci permetta di appoggiarci al suo petto e di sentire i battiti del suo cuore pieno d'amore; di giungere al punto che il nostro amore si unisca al suo in modo che possiamo dire con san Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20).
 
● Oggi comincia quello che i cristiani chiamano il “triduo santo”, cioè tre giorni in cui a rallentatore si ripercorre tutto il nocciolo della fede in Cristo. La giornata di oggi è tradizionalmente conosciuta come la liturgia dell’ultima cena, cioè del momento in cui Gesù istituisce l’eucarestia.
È paradossale, però, il fatto che oggi durante la messa “in coena domini” si legga la versione che ne dà l’evangelista Giovanni. Non ci sono pani spezzati e calici passati di mano in mano, ma si racconta più che altro di piedi lavati e di silenzi imbarazzati. Gesù si inginocchia, dopo essersi cinto le vesti, e lava i piedi ai discepoli. Perché proprio i piedi? Qualche ora dopo Pilato si laverà le mani, e ancora prima Giuda avrà sicuramente tentato di lavarsi la bocca da quel bacio dannato che aveva dato al maestro nell’orto degli ulivi. Gesù sceglie i piedi. Forse lo fa perché sotto la pianta dei piedi della gente è archiviata la strada che hanno fatto. Dove è andata, in quale pozzanghera è caduta, che sentieri faticosi ha percorso o quanta erba fresca ha calpestato. I piedi sono il simbolo di tutto quello che percorriamo con la nostra vita.
Lavarli significa liberarsi di tutta quella terra, molto spesso fatta di dolore, che ci è rimasta attaccata addosso. Solo quando uno ha preso questa distanza significativa dalla propria storia, può sedersi a tavola con Gesù ed ascoltarlo; diversamente continuerà a tenere il pensiero a quella terra, a quel dolore, a quelle pietre conficcate nella carne, e non ci sarà tempo per accorgersi di nient’altro se non dei propri piedi. Non ci saranno tramonti o panorami, volti o amori, speranze o silenzi, colori o musiche. Tutta l’attenzione sarà sempre fissa su questo archivio segreto relegato in fondo al nostro corpo, in quella parte che tocca la terra con tutto il peso del resto del corpo, della testa innanzitutto ma anche del cuore…Gesù libera i discepoli da un’attenzione sbagliata e li abilita a sentire, vedere, accorgersi, mangiare, gustare, piangere.
È interessante come il maestro ci tenga a dire “lavatevi i piedi gli uni gli altri”. Cioè il cristianesimo è mettersi in ginocchio davanti ai piedi degli altri e non ai nostri. La fede in Gesù la si consuma solo a vicenda e mai nella solitudine. Lasciarsi lavare i piedi e lavare i piedi agli altri…Volesse il cielo che ci riprendessimo questa vocazione primordiale a liberare gli altri dalla sporcizia della terra che hanno calpestato. Dalla pece oscura del dolore che non si stacca più dalla carne. Dalle ferite profonde di chi è stato tradito o ha dovuto svoltare repentinamente per altre vie a causa di forze maggiori.
Se non ci carichiamo della storia degli altri e non lasciamo che gli altri facciano altrettanto con noi, allora non siederemo mai a tavola. Non sperimenteremo mai la vertigine dell’amicizia, dell’intimità, delle parole sussurrate, della nostalgia, degli sguardi, dell’intesa. Ma avvertiremo solo la paura, la frustrazione, la rabbia, il rancore, l’insicurezza per tutto quello che ci è capitato. “Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!».”
 
● Giovanni apre il racconto della passione e morte di Gesù presentando il gesto profetico della lavanda dei piedi con il quale è simboleggiata la donazione d'amore del Figlio di Dio con il servizio della sua vita, mediante l'umiliazione suprema della croce.
La lavanda dei piedi raffigura la passione e la morte di Gesù, l'estremo atto d'amore di Gesù per i suoi. Questo servizio del lavare i piedi, che poteva essere preteso solo dagli schiavi non ebrei, preannuncia l'annientamento della croce, supplizio riservato agli schiavi.
Questa fase finale della manifestazione del Cristo inizia poco prima della festa di Pasqua.
L'ora di Gesù è il passaggio dalla terra al cielo, il ritorno al Padre dal quale era uscito (v.3). Con la sua morte Gesù va al Padre (cfr Gv 17,13). Il Cristo è stato inviato nel mondo dall'amore del Padre per salvare l'umanità peccatrice (cfr Gv 3,16-17; 12,47) e per illuminare le tenebre del male (cfr Gv 3,19; 12,46): ora, adempiuta la sua missione, egli lascia il mondo e va dal Padre (cfr Gv 16,28).
Questo passaggio di Gesù, attraverso la passione e la morte, rappresenta la suprema prova del suo amore per i suoi discepoli (v.1): l'espressione più alta dell'amore è costituita dal sacrificio della vita per i propri amici (cfr Gv 15,13). Gesù, buon pastore, ha dato la vita per le sue pecore (cfr Gv 10, 11. 15). Questo significa «amare sino alla fine» (v.1).
Sulla croce è stato consumato il sacrificio dell'amore del Figlio di Dio; per questo Gesù, prima di chinare il capo e di consegnare lo Spirito, esclamò: «E' compiuto!» (Gv 19,30). Questo verbo (in greco: tetélestai) richiama l'espressione «sino alla fine» (in greco: eis télos) di Gv 13,1 e forma una grande inclusione dei capitoli 13-19 del vangelo di Giovanni.
Gli eventi finali della rivelazione suprema dell'amore di Gesù per la sua comunità devono essere visti in questa luce della perfezione dell'amore del Figlio di Dio per i suoi. La lavanda dei piedi preannuncia simbolicamente questo servizio supremo di amore del Cristo per la sua Chiesa.
Questo gesto profetico avviene durante l'ultima cena. Paolo e gli altri vangeli ci raccontano che in questa occasione Gesù ha istituito l'eucaristia (cfr 1Cor 11,23ss; Mc 14,22ss e par.). Giovanni, nel contesto dell'ultima cena, non fa neppure un cenno a tale avvenimento. Il tema dell'eucaristia l'aveva già trattato ampiamente nel capitolo 6.
La lavanda dei piedi simboleggia l'ora del Cristo, cioè il dono supremo della sua vita a favore dei suoi amici con la morte umiliante sulla croce. Il «deporre le vesti» (v. 4) richiama il «deporre l'anima» (cfr Gv 10,11.15.17): il buon Pastore dona la vita a favore delle sue pecore.
Simone Pietro rifiuta di ricevere da Gesù il servizio della lavanda dei piedi. Tra gli ebrei questo servizio era riservato agli schiavi pagani; il padrone non poteva esigerlo da uno schiavo circonciso. In tale contesto sociale si capisce pienamente l'obiezione di Pietro: è inaudito che il Signore compia un servizio così umiliante.
La risposta misteriosa di Gesù: «Quello che io faccio... lo capirai in seguito» (v.7) non è di facile comprensione. Difatti Pietro non si accontenta della risposta di Gesù e si ostina nel suo rifiuto. Gesù gli risponde che tale rifiuto lo esclude dalla partecipazione alla sua vita.
L'espressione «avere parte» indica l'eredità della terra promessa (cfr Dt 12,12; 14, 22.29) e la vita di comunione con il Signore (cfr Dt 10,9). In questo contesto esprime la vita di amicizia profonda del discepolo con il Figlio di Dio. Gesù fa presente a Pietro che, rifiutando il suo umile servizio, si separa dal suo Signore, perché non accetta il suo sacrificio redentore, simboleggiato dalla lavanda dei piedi.
Davanti a questa prospettiva Pietro si ricrede prontamente e si dichiara disposto a farsi lavare anche le altre parti del corpo. Gesù gli risponde che non è necessario il bagno per chi è puro. La risposta di Gesù indica la mondezza del cuore dall'incredulità e dal peccato. In Gv 15,3 la purificazione dei discepoli è presentata in rapporto con la parola rivelata dal Cristo e accolta da essi, quindi fa capire che tale mondezza spirituale è frutto della fede. Questa spiegazione è suggerita dal riferimento al tradimento di Giuda: non tutti gli apostoli sono puri, perché tra loro c'è un incredulo, il traditore (vv.10-11).
Gesù, al termine della lavanda dei piedi, può esortare, con la forza dell'esempio, i discepoli al servizio vicendevole nella comunità cristiana. Egli fa leva sulla sua condizione divina di Signore e Maestro per invitare i discepoli a imitare il suo esempio di umile servitore dei fratelli (v.14).
Se il Figlio di Dio si è abbassato tanto per amore dei discepoli, a maggior ragione questi devono servirsi reciprocamente. Gesù ha dato l'esempio che i suoi discepoli devono imitare: essi devono amarsi come Gesù li ha amati (Gv 13,34; 15,12) e devono prestarsi i più umili servizi a imitazione di Cristo che è venuto per servire (cfr Mc 10,41-45; Lc 22,24-27).
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6) Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione
 
-  Per il popolo cristiano: nel gesto di Gesù che lava i piedi ai discepoli riconosca l'inesauribile ricchezza dell'amore del Padre. Preghiamo?
- Per il vescovo, i presbiteri e i diaconi della nostra Chiesa di N.: vivano il loro ministero come servizio e dedizione senza limiti. Preghiamo?
- Per i cristiani ancora divisi: il memoriale della Pasqua faccia risuonare l'ardente preghiera per l'unità che Cristo ha innalzato al Padre. Preghiamo?
- Per gli uomini prigionieri dell'avidità e della violenza: riscoprano che il Signore si è offerto al Padre per tutti, e intraprendano la via del servizio e della carità. Preghiamo?
- Per tutti noi che condividiamo il pane del cielo alla mensa eucaristica: ci sia dato di condividere anche i beni di questo mondo con quanti hanno fame e sete di giustizia e di misericordia. Preghiamo?
- Sono capace di essere come Giuda e di negare e tradire Dio, Gesù, gli amici e le amiche?
- Nella Settimana Santa è importante riservarmi qualche momento per rendermi conto dell'incredibile gratuità dell'amore di Dio per me. Preghiamo?
 
7) Preghiera: Salmo 115
Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza.
 
Che cosa renderò al Signore,
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.
 
Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.
Io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.
 
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo.

Lectio del venerdì 18 aprile 2025
Venerdì Santo – Passione del Signore (Anno C)
Lectio: Lettera agli Ebrei 4, 14 - 16; 5, 7 - 9
            Giovanni 18, 1 – 19, 42
 
1) Preghiera
Ricordati, o Padre, della tua misericordia e santifica con eterna protezione i tuoi fedeli, per i quali Cristo, tuo Figlio, ha istituito nel suo sangue il mistero pasquale.
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2) Lettura: Lettera agli Ebrei 4, 14 - 16; 5, 7 - 9
Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno. [Cristo, infatti,] nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
 
3) Riflessione [11] su Lettera agli Ebrei 8, 6 - 13
● La lettera agli Ebrei era dedicata in particolare ai cristiani provenienti dall'ebraismo i quali rimpiangevano le grandi cerimonie del tempio di Gerusalemme. L'autore spiega loro in vari modi che il sacerdozio e i sacrifici del tempio sono stati ormai sostituiti dall'unico sacrificio offerto da Cristo, e che Cristo stesso è il sommo sacerdote per eccellenza, superiore a tutti gli altri poiché ha offerto se stesso in un sacrificio che vale per sempre e non deve più essere ripetuto. Pur essendo Figlio di Dio però è passato attraverso la sofferenza e la morte. La sua vicenda ci aiuta a vivere in modo diverso le sofferenze che attraversano la nostra vita. Sono riflessioni necessarie il venerdì santo, il giorno in cui ricordiamo la morte di Gesù e il suo significato.
 
● Fratelli, 14 poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.
La nuova fede che i destinatari della lettera agli Ebrei hanno abbracciato è nettamente superiore alla religione ebraica a cui sembrano guardare con nostalgia. Il sommo sacerdote di questa religione nuova è Gesù il Figlio di Dio. Egli ha attraversato i cieli, cioè è asceso al cielo e siede alla destra del Padre. Dopo aver compiuto il suo sacrificio entra a far parte delle realtà immutabili e definitive. Ecco perché la fede dei cristiani non può vacillare, è fondata su questa certezza.
 
● 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.
Gesù il Figlio di Dio appartiene ora alla sfera celeste ma si prende cura di noi, conosce bene le nostre debolezze, le nostre difficoltà, la fatica di essere sempre fedele alle scelte fondamentali che si fanno una volta ma poi devono essere rinnovate di giorno in giorno. Egli stesso è stato messo alla prova in queste fatiche, nella monotonia del quotidiano, nella tentazione di prendere scorciatoie. Ha condiviso fino in fondo la nostra condizione umana eccetto il peccato, poiché non poteva tradire se stesso, allontanarsi dalla comunione con Dio.
 
● 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
Con queste premesse non possiamo far altro che rivolgerci a Lui.
Ha acquistato autorità grazie al suo sacrificio. Siede per sempre alla destra del Padre, ma non disdegna di curvarsi con benevolenza verso di noi. Infatti il suo trono viene chiamato trono della grazia. Ci sfugge un po' questa richiesta di misericordia a un sovrano che siede in trono, però avvertiamo bene il desiderio di sentirci in pace con noi stessi. Gesù Cristo sa comprendere le nostre difficoltà. Ha un cuore misericordioso che ci verrà incontro e ci darà aiuto al momento opportuno. Queste parole ci possono indicare una via d'uscita, quando pensiamo che il nostro peccato sia troppo grande per essere perdonato o troppo vergognoso per essere confessato.
 
● Cristo, 7 nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.
Nei giorni della sua vita terrena, traduce un'espressione più forte e cioè: nei giorni della sua carne. In questi versetti si pone l'accento sull'umanità del sacerdote. Per rappresentare gli uomini deve essere uno di loro: per compatire le loro miserie, deve averle condivise. L'umanità di carne è attestata in Gesù da tutta la sua vita terrena, dalla sua debolezza, soprattutto dalla sua agonia e dalla sua morte. Le sue preghiere (ricordiamo l'agonia del Getsemani, narrata da tutti gli evangelisti) vennero esaudite per il suo pieno abbandono, cioè per la sua obbedienza totale alla volontà del Padre. È stato esaudito non nell'essere sottratto alla morte fisica, ma per essere stato sottratto al suo potere. Dio ha trasformato questa morte in un'esaltazione di gloria. C'è quasi un gioco di parole nei termini greci ascoltare dal basso (obbedire) e ascoltare dall'alto (esaudire).
 
● 8 Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì
C'è un movimento di discesa e uno di salita. Gesù che grida e supplica per essere salvato dalla morte, e viene salvato, ma vi passa attraverso. Impara l'obbedienza attraverso la sofferenza. Questo era uno degli elementi dell'educazione nella cultura greca. Vi sono anche alcune affinità con l'inno Cristologico di Fil 2,6-11.
 
● 9 e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
Gesù è stato reso perfetto dal Padre, attraverso questa sofferenza e questa obbedienza. Così è causa di salvezza per tutti coloro che come Lui si sottomettono nell'obbedienza a Lui e a Dio. Ecco perché può realizzare degnamente il compito del sommo sacerdote. Ha provato la condizione umana, è passato attraverso la sofferenza e la morte, nell'obbedienza a Lui tutti possono ottenere la salvezza.
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4) Lettura: Vangelo secondo Giovanni 18, 1 – 19, 42  
- Catturarono Gesù e lo legarono
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c'era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».
- Lo condussero prima da Anna
Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell'anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo». Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell'altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest'uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava. Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.
- Non sei anche tu uno dei suoi discepoli? Non lo sono!
Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l'orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
- Il mio regno non è di questo mondo
Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l'alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest'uomo?». Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire. Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?».
E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l'usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.
- Salve, re dei Giudei!
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.
Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!». Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». All'udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».
- Via! Via! Crocifiggilo!
Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
- Lo crocifissero e con lui altri due
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: "Il re dei Giudei", ma: "Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei"». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».
- Si sono divisi tra loro le mie vesti
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti - una per ciascun soldato -, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così.
- Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l'aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
(Qui si genuflette e di fa una breve pausa)
- E subito ne uscì sangue e acqua
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato - era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all'uno e all'altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».
- Presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli insieme ad aromi
Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo - quello che in precedenza era andato da lui di notte - e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.
  
5) Riflessione  [12] sul Vangelo secondo Giovanni 18, 1 – 19, 42  
●. La più grande lezione che Gesù ci dà nella passione, consiste nell'insegnarci che ci possono essere sofferenze, vissute nell'amore, che glorificano il Padre.
Spesso, è la "tentazione" di fronte alla sofferenza che ci impedisce di fare progressi nella nostra vita cristiana. Tendiamo infatti a credere che la sofferenza è sempre da evitare, che non può esserci una sofferenza "santa". Questo perché non abbiamo ancora sufficientemente fatto prova dell'amore infinito di Dio, perché lo Spirito Santo non ci ha ancora fatto entrare nel cuore di Gesù. Non possiamo immaginarci, senza lo Spirito Santo, come possa esistere un amore più forte della morte, non un amore che impedisca la morte, ma un amore in grado di santificare la morte, di pervaderla, di fare in modo che esista una morte "santa": la morte di Gesù e tutte le morti che sono unite alla sua.
Gesù può, a volte, farci conoscere le sofferenze della sua agonia per farci capire che dobbiamo accettarle, non fuggirle. Egli ci chiede di avere il coraggio di rimanere con lui: finché non avremo questo coraggio, non potremo trovare la pace del suo amore.
Nel cuore di Gesù c'è un'unione perfetta fra amore e sofferenza: l'hanno capito i santi che hanno provato gioia nella sofferenza che li avvicinava a Gesù.
Chiediamo umilmente a Gesù di concederci di essere pronti, quando egli lo vorrà, a condividere le sue sofferenze. Non cerchiamo di immaginarle prima, ma, se non ci sentiamo pronti a viverle ora, preghiamo per coloro ai quali Gesù chiede di viverle, coloro che continuano la missione di Maria: sono più deboli e hanno soprattutto bisogno di essere sostenuti.
 
● Ci ha amato patendo
"Oggi la Chiesa celebra la Santissima Passione; lo sguardo s'innalza al Crocifisso. C'è bisogno di spazi e di silenzio per contemplare e bene fare la meditazione della Passione in comunità, ma necessita prima di vivere una contemplazione personale, intima, nella propria casa e nel proprio cuore, perché l'anima l'ami e viva intensamente anche quella comunitaria. I dolori inenarrabili del Cristo, l'uomo non potrà mai conoscerli in tutta la sua essenza. Ma la sua meditazione ci aiuterà ad aver maggior conoscenza. Se non si meditano i Santi Dolori, la Santissima Passione, non si conosce Gesù Cristo. Dalla croce cercavo consolatori; ancor oggi ne sono alla ricerca. Noi, confortando Cristo, ci facciamo angeli che giungono ai tanti crocifissi, che sulla terra penano e attendono la carezza, il bacio, l'abbraccio. Quanto l'amore aiuta a portare tanto peso, quanta forza dà alla croce! La Chiesa guarda alla Risurrezione e fa bene: essa è il fulcro, il fine ultimo, di cui la Passione ne porta il frutto. Ma se non c'è accoglienza della Croce, se non c'è meditazione e partecipazione ai dolori non c'è Risurrezione. La Passione è il prezzo con cui Gesù ha pagato il nostro riscatto. "Passione" perché è l'estremo della intensità del sentimento con cui egli ha vissuto il dolore. Ci ha amato patendo. Ci ha riscattati nell'ardore di un dolore estremo.
È un onore, un vanto, soffrire con Cristo.
 
● "Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l'aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito" (Gv 19, 28-30) - Come vivere questa Parola?
Oggi la morte di Gesù pervade l'universo. Il memoriale della sua passione raccoglie tutte le passioni, tutto il dolore del mondo e lo porta sulla croce. Un crocifisso, mille crocifissi.
Gesù muore in piena consapevolezza dell'ingiustizia della sua morte, ma aveva scelto di non resistergli; sa di aver scelto il "basso" per arrivare al cuore dell'uomo e l'unico innalzamento concessogli è stato quello sulla croce. Sa che lo scherno e le derisioni subite non si fermeranno e sarà difficile credergli. La sua morte non è gloriosa, edificante. Ma la sua morte è per tutti, in nome di tutti i crocifissi, lui muore con loro, per loro, al loro posto. Gesù obbediente, fino alla morte e alla morte di croce...
La Trinità prende forma sulla croce. L'incarnazione ha reso visibile l'uomo Gesù, il Padre e la sua voce si fanno riconoscere, lo Spirito finalmente si diffonde sull'umanità, entra in loro e manterrà viva la presenza divina in tutti gli uomini, realizzando così la loro nuova creazione.
Signore, aumenta il nostro amore alla tua Parola. Rendici confidenti con essa, e fa' che sia quotidiano il nostro rapporto con la Parola, studiata, amata, meditata, pregata.
Ecco la voce di una mistica Adrienne von Speyr: Tuo Figlio, Padre, dopo essere morto in croce, ha accettato anche di essere inviato all'inferno, nella landa più abbandonata e desolata in cui mai nessun vivente ha posto piede. Egli lo ha fatto per prendere parte più pienamente a tutti i tuoi misteri, per mostrarti che non è mai stanco del tuo servizio e non è mai sazio del suo amore per te. Con questo sovrappiù della discesa all'inferno è andato oltre il di più della croce.
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6) Per un confronto personale
- Preghiamo, fratelli e sorelle, per la santa Chiesa di Dio. Il Signore le conceda unità e pace, la protegga su tutta la terra, e doni a noi, in una vita serena e sicura, di rendere gloria a Dio Padre onnipotente. Preghiamo?
- Preghiamo per tutti i fratelli e le sorelle che credono in Cristo. Il Signore Dio nostro raduni e custodisca nell'unica sua Chiesa quanti testimoniano la verità con le loro opere. Preghiamo?
- Preghiamo per coloro che non credono in Dio. Praticando la giustizia con cuore sincero, giungano alla conoscenza del Dio vero. Preghiamo?
- Preghiamo per coloro che sono chiamati a governare la comunità civile. Il Signore Dio nostro illumini la loro mente e il loro cuore a cercare il bene comune nella vera libertà e nella vera pace. Preghiamo?
- Preghiamo, fratelli e sorelle, Dio Padre onnipotente, perché purifichi il mondo dagli errori, allontani le malattie, vinca la fame, renda la libertà ai prigionieri, spezzi le catene, conceda sicurezza a chi viaggia, il ritorno ai lontani da casa, la salute agli ammalati e ai morenti la salvezza eterna. Preghiamo?
- Dio onnipotente ed eterno, consolazione degli afflitti, sostegno dei sofferenti, ascolta il grido di coloro che sono nella prova, perché tutti nelle loro necessità sperimentino la gioia di aver trovato il soccorso della tua misericordia. Preghiamo?
- Mi è mai capitato di chiedere un aiuto al Signore con preghiere e suppliche, grida e lacrime? Sono stato esaudito?
- In quali situazioni ho capito che l'unico atteggiamento possibile era l'obbedienza (a una persona o a una situazione)? È stato un atteggiamento fecondo?
- Mi sento partecipe della salvezza che Gesù mi ha meritato con la sua morte?
 
7) Preghiera finale: Salmo 30
Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.
 
In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso; difendimi per la tua giustizia.
Alle tue mani affido il mio spirito;
tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele.
 
Sono il rifiuto dei miei nemici e persino dei miei vicini,
il terrore dei miei conoscenti; chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono come un morto, lontano dal cuore;
sono come un coccio da gettare.
  
Ma io confido in te, Signore; dico: «Tu sei il mio Dio,
i miei giorni sono nelle tue mani».
Liberami dalla mano dei miei nemici e dai miei persecutori.
 
Sul tuo servo fa' splendere il tuo volto,
salvami per la tua misericordia.
Siate forti, rendete saldo il vostro cuore, voi tutti che sperate nel Signore.
 
Lectio del sabato 19 aprile 2025
Sabato della Settimana Santa – Veglia Pasquale (Anno C)
Lectio: Lettera ai Romani 6, 3 - 11
           Luca 24, 1 - 12  
 
1) Preghiera
O Dio, che illumini questa santissima notte con la gloria della risurrezione del Signore, ravviva nella tua famiglia lo spirito di adozione, perché tutti i tuoi figli, rinnovati nel corpo e nell’anima, siano sempre fedeli al tuo servizio.
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2) Lettura: Lettera ai Romani 6, 3 - 11
Fratelli, non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione.
Lo sappiamo: l'uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è liberato dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.
 
3) Riflessione [13]  su Lettera ai Romani 6, 3 - 11
● Nella notte in cui riviviamo la vittoria di Cristo sulla morte, la Chiesa ci fa riflettere su diversi brani dell'Antico Testamento che ripercorrono la storia della salvezza. Insieme al Vangelo c'è solo un brano del Nuovo Testamento, tratto dalle lettere di Paolo, Romani 6,3-11. Questo brano fa parte della sezione teologica della lettera ai Romani. In esso l'Apostolo, dopo aver parlato della giustificazione che viene dalla fede e non dall'osservanza della Legge, ci ricorda il nesso tra la morte di Cristo e il nostro battesimo. Con questo sacramento partecipiamo anche noi al mistero di morte e di risurrezione. Questo brano ben si adatta alla celebrazione dei battesimi durante la Veglia Pasquale.
 
● Fratelli,3 non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?
Nel capitolo precedente Paolo aveva affermato che dove aveva abbondato il peccato, là aveva sovrabbondato anche la grazia, che rende nuovi coloro che raggiunge. Nei primi due versetti di questo capitolo sesto procede con delle argomentazioni per assurdo in modo da mettere in maggiore evidenza il suo pensiero. Egli si chiede: allora dobbiamo restare nel peccato, così che la grazia possa abbondare su di noi? E si risponde: no perché chi è morto al peccato non può più vivere in esso! Continua dunque con il versetto 3. Chi è stato battezzato in Cristo Gesù è stato battezzato nella sua morte, cioè grazie a questo sacramento è morto ed è risorto con Lui. Non possiamo più dunque vivere nel peccato perché siamo rinati a una vita nuova, libera dal peccato.
 
● 4 Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.
Il battesimo con la sua immersione nell'acqua simboleggia lo sprofondare nella morte, la sepoltura. Ma nel suo riemergere indica la risurrezione. Come Cristo è risorto dai morti, è uscito dalla tomba, così anche noi siamo usciti da una condizione di morte e di ristrettezze. Possiamo camminare in una vita nuova.
● 5 Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione.
C'è un parallelismo stretto tra la morte di Cristo e la nostra, tra la sua risurrezione e la nostra. Grazie a Lui possiamo partecipare della vittoria sulla morte.
 
● 6 Lo sappiamo: l'uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato.
C'è una parte di noi, l'uomo vecchio, che era schiavo del peccato, delle passioni, di situazioni per niente degne del nostro essere figli di Dio. Questo uomo vecchio è stato crocifisso con Cristo, è morto sulla croce. In questo modo le inclinazioni del nostro corpo che ci portavano al male e al peccato sono state neutralizzate. Il corpo che porta al peccato è morto e non ci rende più schiavi del peccato. Resta però il corpo che porta alla vita, quello che è risorto con Cristo e ci permette di compiere opere di bene e di mantenere la nostra dignità di figli di Dio.
 
● 7 Infatti chi è morto, è liberato dal peccato.
Come i morti dunque siamo liberi dal peccato. Ma non perché non abbiamo più un corpo per muoverci, per decidere e agire, ma perché la nostra risurrezione ci ha permesso di rinunciare al peccato.
 
● 8 Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui.
Questa vita nuova che ci viene donata nel battesimo ha due valenze: una al presente, la libertà dal peccato e dalle opere di morte, e una futura: la partecipazione alla vita di Cristo, nella sua gloria, alla fine dei tempi.
Cristo non muore più perché ha sconfitto la morte ed essa non ha più potere su di lui. Anche noi in lui abbiamo sconfitto la morte. La nostra morte corporale resterà il passaggio dalla vita terrena alla vita in pienezza che Lui vuole condividere con noi.
 
● 10 Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio.
Questa sua morte gli ha permesso di sconfiggere la morte. Ormai non muore più, vive per Dio.
 
● 11 Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.
Allo stesso modo dunque, anche noi dobbiamo considerarci morti al peccato e viventi in Cristo.
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4) Lettura: Vangelo secondo Luca 24, 1 - 12  
Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: "Bisogna che il Figlio dell'uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno"».
Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l'accaduto.
 
5) Riflessione [14]  sul Vangelo secondo Luca 24, 1 - 12
● Nel capitolo 24 troviamo il Trittico delle apparizioni. In questo brano troviamo la prima. Le tradizioni a cui si rifanno i racconti di apparizione sono due: la prima le colloca in Galilea (Mc/Mt e Gv 21), la seconda a Gerusalemme (Lc e Gv). Luca sceglie Gerusalemme poiché per lui gli eventi pasquali si svolgono solo nella città santa. Egli comincia il suo racconto rifacendosi a Marco, parlando dunque delle donne che si recano al sepolcro e lo trovano vuoto, poi però elabora il materiale in modo originale e ci racconta l'episodio dei discepoli di Emmaus e l'apparizione del Risorto agli Undici, a cui aggiunge l'Ascensione.
 
● 1 Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato.
Il capitolo 23 si chiudeva con la sepoltura di Gesù e le donne che osservavano il sepolcro e come era stato deposto il corpo di Gesù. Esse poi andarono a preparare gli aromi e gli olii profumati per ungere il cadavere. Il giorno dopo osservarono il sabato. Vi è un momento di sospensione che aumenta l'attesa. Il giorno dopo era il primo della settimana. Questo giorno diventerà importante per i cristiani, sarà la domenica. L'orario della visita è all'alba profonda, cioè quando era ancora buio.
 
● 2 Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro 3e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.
Luca non aveva parlato precedentemente della pietra che chiudeva il sepolcro. Suppone che il lettore conosca quest'uso. La narrazione è tutta centrata sulle donne che trovano il sepolcro aperto, ma non trovano il corpo di Gesù. Luca non dimentica il dato tradizionale dell'entrata all'interno della tomba. Nel sepolcro però le donne costatano l'assenza del corpo; non vedono un angelo o le bende. Luca parla di corpo e non di cadavere. È questo un segno di venerazione verso Gesù, il risorto diventato Signore. Infatti così lo chiama, Signore Gesù, un'espressione cara a Luca.
 
● 4 Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante.
Dinanzi alla tomba vuota, la reazione delle donne non è di fede nella risurrezione, ma di perplessità. Per Luca, come per la tradizione, l'assenza del corpo di Gesù non è una prova della sua risurrezione. La fede delle donne scaturirà grazie alla rivelazione soprannaturale ad opera di "due uomini". La veste sfolgorante di ognuno li caratterizza come esseri celesti.
 
● 5 Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: Perché cercate tra i morti colui che è vivo?
La reazione delle donne, il timore, corrisponde all'atteggiamento religioso dell'essere umano dinanzi a una presenza soprannaturale. Luca aggiunge che le donne tenevano il volto chinato verso terra. Sottolinea così la loro paura e il non saper come reagire.
I due personaggi celesti proclamano in coro il loro messaggio, secondo le idee teologiche e il linguaggio presi in prestito dall'evangelista. "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?" È quasi un rimprovero formulato come un proverbio. Poiché discepole di Gesù le donne avrebbero dovuto capire! Ma è soprattutto un lieto annuncio il cui contenuto supera le valenze significative di un proverbio. Il contrasto "morti-vivo" implica infatti la novità della proclamazione cristiana: il Vivo non è colui che è ritornato alla vita terrena, ma colui che ha ricevuto da Dio una vita nuova. Luca caratterizza quindi la risurrezione come un "essere vivo". Questo linguaggio è più accessibile ai suoi lettori, di cultura ellenistica. Soprattutto l'evangelista esprime l'esperienza della presenza del Risorto vissuta dalla Chiesa: non un fantasma, ma la presenza personale e operante di Gesù.
 
● 6 Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea
I messaggeri annunciano che Gesù è risorto. Essi poi rinviano a quanto Gesù ha detto durante il ministero. Anche le donne infatti avevano ascoltato la predicazione di Gesù. I misteriosi messaggeri le esortano esplicitamente a ricordarlo: morte e risurrezione sono il compimento di ciò che Gesù aveva predetto, la "logica" conseguenza della sua vita.
Luca conserva la menzione della Galilea che si trova nel parallelo di Marco, ma ne cambia la motivazione. Per Marco la Galilea sarà il luogo delle apparizioni future del Risorto. Luca focalizza la sua attenzione su Gerusalemme. È la meta del cammino di Gesù a partire dalla Galilea, è punto di partenza della predicazione del Vangelo. La Galilea viene quindi ricordata come inizio.
 
● 7e diceva: "Bisogna che il Figlio dell'uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno"”.
I messaggeri ricordano le parole precise che Gesù aveva pronunciato. Questa formula sembra una di quelle utilizzate nella predicazione dei primi cristiani.
Le predizioni di Gesù si sono compiute nella sua morte e risurrezione. Luca pare condensare tutta l'attività pre-pasquale di Gesù in queste predizioni, ora realizzate: nell'evento pasquale emerge il significato dell'intera esistenza di Gesù. Viceversa, la risurrezione garantisce la verità di tutta la sua opera terrena.
 
● 8 Ed esse si ricordarono delle sue parole
Le donne dunque alle parole dei messaggeri si ricordarono di quanto aveva detto Gesù Ricordare porta a capire che la via alla crocifissione prevista da Gesù era nei piani di Dio e capire al tempo stesso che l'assenza del corpo del Signore dal sepolcro conferma anche la parte conclusiva della sua predizione: Gesù è risorto. Le donne credono!
 
● 9 e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri.
A partire dalla loro fede le donne diventano apostole e annunciano agli Undici il dato della risurrezione. Questo dato dell'annuncio è presente in tutti i Vangeli (tranne Marco) e appartiene al dato tradizionale. Coloro che ricevono l'annuncio sono gli Undici, ma anche tutti gli altri. È il primo nucleo della futura Chiesa.
 
 
● 10 Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli.
 
Luca termina ricordando i testimoni dei fatti narrati. Farà così anche al termine del brano dell'Ascensione (At 1,13). Maria Maddalena è ricordata già in Lc 8,2 ed è conosciuta in tutte i vangeli del ritrovamento della tomba vuota. Giovanna si trova in Lc 8,3, dove si dice che è la moglie dell'amministratore di Erode. Non viene nominata in altri luoghi. Di Maria di Giacomo si sa, grazie a Mc 15,40 che è la madre di Giacomo. Per mantenere il numero tre, Luca non nomina Salome (che si trovava nel brano originale di Marco). Infine aggiunge delle altre anonime, venute dalla Galilea con Gesù. Luca dunque ci tiene a concludere con i nomi delle donne seguaci di Gesù che sono un elemento costante nel suo vangelo. Esse salgono con il Maestro a Gerusalemme, assistono alla sua morte e sepoltura, sono le prime testimoni della tomba vuota e messaggere della risurrezione.
 
● 11 Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse.
 Anche l'incredulità dei discepoli è tradizionale. Luca lo introduce a proposito dell'annuncio delle donne sulla tomba vuota. Le loro parole sono considerate un non senso, un delirio. Non c'è disprezzo nei confronti delle donne. La fede nella risurrezione non può basarsi sul fatto della tomba vuota, né su una testimonianza indiretta. La fede nasce dall'incontro che i testimoni ufficiali hanno avuto con il Risorto stesso.
 
● 12 Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l'accaduto.
Questo versetto crea un po' di problemi. Innanzitutto in alcuni manoscritti non è presente. Sembra un'aggiunta poiché interrompe il legame tra i versetti 11 e 13. La corsa di Pietro è piuttosto inattesa, dopo che l'apostolo ha ritenuto un vaneggiamento l'annuncio delle donne (v. 11). Sembra che questo versetto provenga da una tradizione indipendente che Luca stesso accosta al racconto della visita delle donne alla tomba vuota. Lc 24,24 dice che alcuni discepoli si recarono alla tomba vuota. Ciò avvalorerebbe l'introduzione di questo v. 12 nel racconto. Però non si parla di Pietro ma di alcuni discepoli anonimi. La discussione è ancora in sospeso.
Il v. 12 comunque rafforza la testimonianza delle donne con quella di un apostolo. Luca dà particolare importanza a Pietro come testimone e come apostolo.
Pietro, pur costatando che qualcosa di insolito è accaduto, non capisce e non giunge alla fede, contrariamente alle donne. Il motivo è nell'intento di Luca: egli ci mostra che la fede degli apostoli, dei testimoni ufficiali si fonda sull'apparizione del Risorto in persona.
 
● Non c’è giorno più scomodo del sabato santo. L’attesa è sempre scomoda. A nessuno piace attendere. Vorremo sempre saltare la fila, trovare già tutto pronto, tutto aperto, tutto a disposizione. Ma il sabato santo è lì per ricordarci che bisogna imparare ad attendere.
Oggi siamo tutti in fila, tutti ad attendere, tutti in attesa di qualcosa che cambi il finale. L’attesa è sempre il tempo della speranza. È il tempo in cui coltiviamo in noi il desiderio che ci sia un finale diverso da quello che i nostri ragionamenti ci suggeriscono.
Forse era questo lo stato d’animo di quelle donne che di buon mattino si recano al sepolcro per ungere il corpo di Gesù, ma arrivate non trovano né la pietra né il corpo. “Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti.
Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno».
Ed esse si ricordarono delle sue parole”. È interessante come quelle donne andavano al mattino per trovare un morto e forse elaborare il lutto attraverso il gesto dell’unzione, e invece si ritrovano spiazzate da un annuncio che più che dir loro una cosa nuova gli dice una cosa diversa, una cosa già udita ma che non ricordavano più.
Gesù aveva già parlato di tutto questo, ma quando si soffre si dimentica tutto, non si ricordano più le cose che contano, le cose che possono salvarti la vita. Incontriamo sempre un angelo quando incontriamo qualcuno che ci ricorda ciò che conta, e che ci dice di smettere di cercare tra i morti.
È tra la vita che bisogna cercare, e non in ciò che vita non è più e che magari ci pesa addosso come un macigno. “E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri”. Ma nessuno credette loro. Nel dubbio però Pietro va di corsa a controllare.
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6) Per un confronto personale
- Invochiamo la benedizione di Dio Padre onnipotente, perché tutti quelli che nel Battesimo saranno rigenerati in Cristo, siano accolti nella famiglia di Dio?
- Per la Chiesa: il mistero celebrato in questa notte santa la trasfiguri e la rinnovi, per essere nel mondo segno ardente della fede che illumina la vita di ogni uomo e ogni donna, preghiamo?
- Per tutti coloro che in questo giorno sono stati illuminati dalla grazia del Battesimo, perché il germe seminato nel loro cuore porti frutti abbondanti di grazia, amore e serenità, preghiamo?
- Per tutti coloro che sono ancora nella notte e invocano una luce di speranza, perché il Signore, che ha condiviso nella croce la nostra sofferenza, possa presto liberarli dal loro dolore, dalla disperazione del male di vivere, dall'angoscia della mancanza di speranza, preghiamo?
- Per la nostra comunità che in questa notte, guidata dalla luce della risurrezione, ha compiuto il passaggio dalla morte alla vita, perché riprenda la sua attività pastorale con rinnovato slancio, preghiamo?
- Quali sono le caratteristiche dell’ “uomo vecchio" che deve morire in me, in modo che io sia libero di vivere la vita nuova che Cristo mi ha donato con la sua morte e risurrezione?
- Ho mai visto il mio battesimo come dono di una vita nuova?
- Come posso riconoscerla e viverla giorno dopo giorno?
 
7) Preghiera finale: Salmo 117
Alleluia, alleluia, alleluia.

Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
 
La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.
 
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d'angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.

Parrocchia San Marco Evangelista

via Edoardo Daneo, 19 10135 Torino - tel. 011 612.714

orario di ricevimento ufficio parrocchiale giorni feriali:
lunedì | mercoledì | sabato 9.00 - 10.00
orario Sante Messe San Marco:
Sabato: ore 17.00
Domenica: ore 9.00
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lunedì | martedì | mercoledì | giovedì | venerdì 17.00 - 19.00
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